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Libri

Pino Nicotri, "Emanuela Orlandi. La verità"

Una messinscena durata venticinque anni

Pino Nicotri, "Emanuela Orlandi. La verità" (particolare della cover) - Credits: Dalai editore

@violablanca

La riapertura del caso di Emanuela Orlandi , con l’indagine a carico di Don Piero Vergari , sembra gettare nuove ombre su un’inchiesta tutt’altro che chiusa. Pino Nicotri fa il punto della situazione dopo le scottanti notizie di questi ultimi giorni e si riaprono le pagine del suo libro "Emanuela Orlandi. La verità " (Dalai editore ).

Nel caso di Emanuela Orlandi ci sono stati vari elementi che fanno capire che si tratta di una brutta storia, come tutti la conosciamo.
Anche in questo caso, come spesso emerge dalle cronache, lo zio materno Mario Meneguzzi è stato sospettato dai magistrati. Mentre un giorno si trovava con l’agente del Sisde Giulio Gange, amico di famiglia al quale era stato chiesto aiuto per capire cosa fosse successo, l’agente da bravo poliziotto si accorge che lo zio è seguito da una macchina, quindi lo avverte salvo poi scoprire che si trattava di un’auto della polizia. Per quale motivo lo zio era pedinato? Anche se i sospetti si sono poi rivelati infondati, senza conseguenze a suo carico, non sarebbe stato male proseguire le indagini che erano iniziate a carico del Meneguzzi. In particolare, l’avvio delle indagini pare fosse partito in seguito all’ascolto di una registrazione di una conversazione telefonica tra lo zio e quelli che si spacciavano per i rapitori della nipote, in cui il Meneguzzi parla quasi senza coinvolgimento o pathos, cosa che aveva colpito molto i magistrati.

Ma il dato curioso e molto indicativo per Nicotri è che a lanciare il primo allarme per la scomparsa di Emanuela sia stato Papa Wojtyla in persona. Emanuela scompare il 22 giugno 1983 di sera, e i magistrati e gli inquirenti sono inizialmente convinti che si tratti di una scappatella amorosa o dettata dalla noia (in Italia ogni anno migliaia di minorenni scappano da casa, salvo poi per fortuna ritornano quasi tutti; quell’anno nel Lazio c’erano stati una settantina di casi simili). Improvvisamente il Papa la domenica del 3 luglio durante la preghiera dell’Angelus lancia un appello a coloro i quali abbiano una qualche responsabilità nel mancato rientro a casa della giovane Emanuela Orlandi. La cosa straordinaria è che il Papa è il primo che adombra un sequestro. Il Papa lo fa senza motivo, non c’era nulla che facesse sospettare, i genitori stessi sono stati presi alla sprovvista da quell’appello, racconta il papà di Emanuela, Ercole Orlandi. Ancor più alla sprovvista sono stati presi gli inquirenti e i magistrati.
A questo punto l’autore chiede una riflessione: se Emanuela fosse stata davvero rapita, come il Papa ha dato ad intendere, cosa avrebbero fatto i rapitori una volta che il Papa lancia questa notizia terribile che ovviamente avrebbe scatenato polizia, carabinieri e servizi segreti non solo italiani, come in effetti è successo? Cosa avrebbero fatto i rapitori in questo caso, sapendo di non avere più scampo? O si sarebbero liberati dell’ostaggio lasciandolo andare o eliminandolo.
Come è noto Emanuela Orlandi non è mai tornata a casa. Possiamo allora pensare che il Papa abbia scientemente fatto un atto che la condannava a morte? Non possiamo spingerci a tanto. Tanto più che il Papa ha fatto poi altri sette appelli e Pino Nicotri non vuole pensare che per un atto di buonismo il Papa abbia messo a repentaglio la giovane vita della ragazza. Quindi l’unica cosa dignitosa e rispettosa verso la figura del Papa è che già sapesse che Emanuela Orlandi non poteva avere più alcun danno da questi appelli perché ormai era morta.

Ci sono poi una serie di casi aggiuntivi sbalorditivi. Che il Vaticano sapesse lo ha dimostrato Monsignor Francesco Salerno, che a quell’epoca si occupava del denaro del Vaticano. Monsignor Salerno interrogato dai magistrati italiani testimonia per iscritto che gli risultava che la segreteria di stato del Vaticano avesse un dossier probabilmente risolutivo sul caso Orlandi.  
Esiste anche un’intercettazione telefonica dell’autotelefono che possedeva l’ingegnere Raul Bonarelli, vice capo della vigilanza del Vaticano (quindi non terrorista turco, lupo grigio o banda della Magliana), in cui il giorno prima di essere interrogato come testimone dai magistrati riceve una telefonata dal Vaticano da parte di Monsignor Bertani, Cappellano di Sua Santità. Monsignor Bertani "consiglia" all’ingegnere di mentire alla deposizione che dovrà sostenere. Cosa che segnala che qualcosa da nascondere c’era… Oltre a Monsignor Bertani, attorno al Papa circolavano strani personaggi, tra cui il suo segretario, il Vescovo irlandese Magee (spedito poi a fare il Primate d’Irlanda ha dovuto dimettersi perché per anni aveva coperto i preti pedofili nella Chiesa).

Altra cosa clamorosa che Nicotri scopre scrivendo il libro è che per chiedere di poter interrogare cittadini di uno Stato estero dal Parlamento italiano partono le cosiddette rogatorie internazionali. Rogatorie che quindi partivano per chiedere al Vaticano di poter interrogare alcuni cardinali sul caso Orlandi. Il responsabile dell’Ufficio legale del parlamento Italiano nella figura di colui che spediva le rogatorie internazionali per gli interrogatori era l’avvocato Gianluigi Marroni. Dal Vaticano qualcuno rispondeva negando il permesso agli interrogatori. Chi era questa figura che rispondeva negativamente? Era lo stesso Gianluigi Marrone che andava in Vaticano, si sedeva sulla poltrona di giudice unico del Vaticano (incarico concessogli allora da Nilde Iotti) e rispondeva alle sue stesse richieste di interrogatorio.
Chi era poi nell’Ufficio Legale del Parlamento Italiano una delle segretarie di Gianluigi Marroni? Natalina Orlandi, una sorella di Emanuela Orlandi. La stessa Natalina costretta a tacere, a non reclamare mai pubblicamente perché il suo datore di lavoro si mandava delle richieste di interrogatorio a cui, una volta in Vaticano, negava l’autorizzazione al tentativo dei magistrati italiani di vederci chiaro sulla scomparsa della sorella.

Insomma, Nicotri dimostra in diciotto punti la responsabilità del Vaticano non si sa se nella scomparsa di Emanuela Orlandi, ma sicuramente nel non voler far sapere cosa sia accaduto. Non si mente, non si tace per venticinque anni così accanitamente per proteggere una guardia svizzera per esempio, ma qualcosa di ben più grave ad un livello più elevato deve per forza essere successo.
           
Il libro.
I colpi di scena e le piste si susseguono a ritmo crescente, ma il tentativo di addossare la scomparsa di Emanuela Orlandi alla cosiddetta banda della Magliana, e in particolare al suo asserito capo Enrico De Pedis è ormai crollato. Fragorosamente crollato, ove per fragore si intende non solo quello dei mass media improvvisamente scatenati come una muta di cani da caccia sulla preda, ma anche quello dei martelli pneumatici che hanno praticamente demolito i sotterranei della basilica romana di S. Apollinare alla assurda ricerca dei resti della Orlandi come fossero la famosa “"pietra verde". Martelli pneumatici il cui ossessivo baccano pareva l’esplosione della rabbia non dei magistrati, che sapevano bene non avrebbero trovato nulla, ma dei telespettatori da curva sud che confondono l’uomo De Pedis  con la figura del Dandy, il cinico protagonista di Romanzo criminale in versione libro, film e serie televisiva.
Il tentativo di cambiare improvvisamente canovaccio e far passare per stupratore e assassino don Piero Vergari, l’ex rettore della basilica di S. Apollinare nei cui sotterranei De Pedis dorme il sonno eterno, è un boccone per palati grossi e amanti del macabro. Ma soprattutto destinato a chi è facilmente infiammabile in un’epoca in cui la Chiesa è sommersa dagli scandali per i troppi pedofili nel suo clero.
In nessun Paese civile sarebbe stato permesso che un programma televisivo, in questo caso "Chi l’ha visto? ", potesse montare una campagna scandalistica durata ben sette anni basandosi su una telefonata anonima, del settembre 2005, supportata man mano da “supertestimoni”, prove e ricostruzioni fasulle. E in nessun Paese civile la magistratura si sarebbe arresa a una tale campagna fino a violare un intero cimitero antico posto, come costume non solo a Roma, nei sotterranei di una chiesa. "Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare", ha detto per telefono nel 2005 l’anonimo di "Chi l’ha visto?". La magistratura è andata "a vedere chi è sepolto nella cripta", De Pedis ovviamente, ma "la soluzione del caso" non c'è. Quella telefonata oltre che anonima era anche bugiarda. Come del resto anche le ultime "clamorose rivelazioni".

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