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Pane e fave: la tavola dei poveri di Giovanni Verga

Continua la nostra serie dedicata alle Cene d'autore . Ghiande per i più poveri, lasagne per i più ricchi: il cibo è l’unico vero diaframma sociale nell’opera dello scrittore siciliano

(Flickr: fotorita)

Cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli, anzi da millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato,  mettendo   a tavola i suoi principali personaggi. In dieci puntate , proviamo a raccontare il rapporto tra cibo e letteratura attraverso classici, romanzi e libri di successo.

Dimenticate le tavole imbandite, i cibi annaffiati da vino e da oli, le posate d’argento e d’oro. Tra i pastori e i pescatori di Giovanni Verga, regna incontrastata la fame. Una fame ancestrale che non ammette repliche e che non ha contorni definiti. L’unico sollievo può arrivare così dal «pane, le cipolle, il fiasco di vino». Qui, la cucina non ha rituale. Se ce l’ha, è scarnito, emaciato, consunto da una povertà così misera da non avere neppure aggettivi.

Come i suoi compagni, Jeli il pastore non bada dunque alla cottura del suo cibo, non gli importa: «arrostiva le ghiande del querceto sulla brace di un focherello di sarmenti di sommanco, abbrustoliva le larghe fette di pane che cominciavano ad avere la barba verde di muffa».

Tra i personaggi dello scrittore siciliano non ci sono mai grandi diversità. Il destino  è quasi sempre comune, ed infatti nel Mastro Don Gesualdo Nanni l’Orbo spera «che ci sia una buona annata per il padrone e per noi». L’unico elemento divisivo è il cibo. La conciliante società verghiana (diversa, anzi diversissima  dalle opere degli scrittori russi dell’800 e dal romanzo sociale francese), infatti, è destinata a frantumarsi in due a tavola. I signori mangiano pane bianco, i cafoni si devono accontentarsi di quello nero. «Pane “scaccia fame”: è questo il leit-motiv che pare segnare le giornate di Jeli il pastore o di Rosso Malpelo e di tutto quell’esercito di “poveri cristi” che popolano l’universo verghiano - scrive Maria Ivana Tanga (I Malvaoglia a tavola, Il leone verde ) - Il pane, sembra ricordarci Verga, è l’eterno assillo dei poveri, la loro primaria occupazione».

Consumato quasi sempre senza companatico («pan e curtiddu», perché tagliato a piccoli pezzi con il coltello, in modo da durare il più a lungo possibile) o accompagnato al più con le cipolle che, come ricorda il rampollo dei Malavoglia, «aiutano a mandar giù il pane e costano poco».

Tra ricchi e poveri, il contrasto sociale e cromatico è nettissimo. Verga ne approfitta per rimarcare la disgrazia di questi ultimi, stavolta nella novella di Nedda: «Verso mezzogiorno sedettero al rezzo per mangiare il loro pane nero e le loro cipolle bianche». Se va bene, il pane è infatti «cunzato» (caliato) e finisce in una zuppa, ora descritta da compare Meno in una delle Novelle rusticane: «Il pane come lo faceva la buon’anima nessuno lo sa fare. Pareva di semola addirittura! E con una manata di finocchi selvatici vi preparava una minestra da leccarvene le dita».

La minestra per antonomasia resta però quella di fave: più che un piatto, il simbolo di una condizione sociale, tanto che è lo stesso Mastro Don Gesualdo a gustarne una, succolentissima, preparata dalla fedele Diodata: «Una minestra di fave novelle, con una cipolla in mezzo, quattro uova fresche e due pomodori ch’era andata a cogliere dietro la casa».

Per i più, la cucina dei ricchi è destinata a restare un miraggio. Osservata in lontananza, è guardata quasi con una certa incredulità, che fa persino dubitare della sua esistenza: «A Natale, quando le anguille si vendono bene, nella casa in riva al lago, cenavano allegramente dinanzi al fuoco, maccheroni, salsiccia e ogni ben di Dio» si legge in un’altra novella verghiana, Malaria.

Il primo piatto del menù dei ricchi recita «maccheroni e carne» o lasagne. In Sicilia, la prima è meglio conosciuta come «pasta cu capuliatu». Verga dimostra di conoscerla bene e di apprezzarla assai. Gli ingredienti sono quelli tipici della cucina contadina del Mediterraneo: pecorino, olio extravergine di oliva e soprattutto conserva di pomodoro, che dà al piatto la caratteristica principale, il colore rosso velluto.

Nel Mastro Don Gesualdo Don Filippo Filippo Margarone rivolta «la conserva di pomidoro posta ad asciugare sul terrazzo». Ed il profumo di quel piatto impregna anche alcune delle più belle pagine dei Malavoglia : stavolta è donna Rosolina a cuocere la conserva con ossessiva dedizione.

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