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'Il palazzo e la piazza' di Bruno Vespa. Evasori, io vi stanerò

Oltre 41 milioni i contribuenti. Ma i veri ricchi riempirebbero a fatica la sala di un cinema. Dall’ultimo libro del giornalista, un viaggio nella macchina del fisco con un accompagnatore d’eccezione: Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate

Il quadro dell’evasione fiscale emerge con chiarezza da pochi dati. I contribuenti italiani sono 41 milioni e mezzo. Più di un terzo di essi guadagna meno di 700 euro netti al mese (10 mila euro lordi all’anno), metà (20,2 milioni) dichiara un reddito netto inferiore a 1.000 euro al mese (15 mila euro lordi). Il 30 per cento (circa 12 milioni di persone) dice di guadagnare meno di 1.500 euro al mese (senza tredicesima), il 20 per cento (8 milioni) tra i 1.500 e i 5 mila euro. Soltanto l’1 per cento guadagna di più. E solo lo 0,07 per cento (30.590 persone) denuncia più di 300 mila euro lordi, cioè più di 15 mila euro al mese netti; 10.277 contribuenti dichiarano più di mezzo milione e, tra questi, 2.366 privilegiati più di 1 milione. È la prima volta che questa lista viene resa pubblica. I 2.366 potrebbero festeggiare riunendosi nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della musica di Roma, dove comunque resterebbero liberi 400 posti. Se togliamo i contribuenti sotto i 2 milioni lordi all’anno, basta un cinema di medie dimensioni. Gli straricchi (oltre 10 milioni lordi all’anno) avrebbero bisogno di un altro commensale per riempire un importante tavolo da pranzo da 30 posti.

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Siamo, in compenso, il Paese in cui il reddito medio dei dipendenti (19.810 euro lordi all’anno) è superiore a quello degli imprenditori (18.170 euro), e quello dei pensionati (14.980 euro) non è lontano da quello dei percettori del reddito di partecipazione in società (16.500 euro). Dunque, l’evasione c’è, ed è visibile. Entriamo, allora, nell’ufficio luminoso di un signore di 66 anni, Attilio Befera. Romano, un secondo matrimonio celebrato il 22 ottobre 2012 (officiante l’ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti), forti legami con l’Abruzzo aquilano (la terra di sua madre), studente lavoratore in banca, laurea con lode in economia alla Sapienza, esperienza sindacale in Cgil, cerca di far pagare le tasse agli italiani dal 1995, quando Augusto Fantozzi, il grande tributarista ministro delle Finanze del governo Dini, lo chiamò da Efibanca per nominarlo superispettore fiscale. Da allora Befera ha collaborato con tutti i governi, lasciando soddisfatti ministri d’ogni colore. Mario Monti gli ha chiesto di stringere i freni, e sono nati gli interventi a sorpresa di agenti del fisco in negozi, bar, ristoranti.

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La storia professionale di Befera è lo specchio della storia dell’evasione fiscale italiana. (...)

Nel 1995 Befera cambiò lavoro e diventò superispettore del Secit, l’ufficio degli 007 del fisco. «Il primo giorno ci fu una riunione di tutti i superispettori e mi chiesi dove fossi capitato. Non funzionava niente, c’erano riunioni continue con discussioni assurde su aspetti marginali dei problemi, e le rivalità tra ispettori offrivano un quadro scadente dell’amministrazione. C’erano anche persone valide, ma la macchina era ingovernabile. Nel 1996 Prodi vinse le elezioni e ministro delle Finanze diventò Vincenzo Visco: aveva bisogno di una persona che tenesse i rapporti con le banche per la riscossione delle imposte, e chiamò me. Il dipartimento delle Finanze era una macchina burocratica lenta, badava agli aspetti giuridici della riscossione più che agli incassi: una volta che le procedure erano a posto, 100 lire o 10 mila in cassa facevano lo stesso. Quando parlai con il direttore della riscossione che sarei andato a sostituire, mi disse che il suo ufficio varava 30 mila protocolli all’anno, ma non aveva idea di quanto riscuotesse. L’evasione da riscossione era rilevantissima.

«Nel 1999, sull’equivalente di 1 miliardo e mezzo di euro di incassi, lo Stato pagava circa 600 milioni ai concessionari che riscuotevano (Equitalia ha riscosso, dal 2006 al 2011, circa 44 miliardi di euro, senza alcun trasferimento dallo Stato). Se il cittadino perdeva un ricorso, gli arrivava la cartella esattoriale, ma se non la pagava, non succedeva niente. Paolo Cirino Pomicino (ministro del Bilancio dal 1989 al 1992 con Andreotti) in un articolo sul Tempo ha giustificato la mancata lotta all’evasione degli anni Ottanta con il terrorismo e l’inflazione».

«In realtà» continua Befera «c’era un patto sociale: lo Stato faceva debito per coprire le spese pubbliche e non rompeva le scatole agli evasori. Non si poteva andare avanti così. Visco fece la riforma nel 1997 e nel 2000 nacque l’Agenzia delle entrate. La differenza con il ministero? Se il ministro voleva spostare un ufficio del dipartimento delle Entrate, doveva firmare un decreto corredato di una lunga serie di pareri e impiegava un paio d’anni. Con l’Agenzia, basta un provvedimento del direttore e l’ufficio viene spostato in tempo reale».

Chiedo a Befera di darmi un’idea dell’evasione «storica», e lui mi fa cercare una tabella sull’andamento dell’Iva dal 1980 al 2010. Nel 1983 e nel 1996, gli anni peggiori, la propensione a non dichiarare l’imposta ha sfiorato il 40 per cento dei contribuenti. Nel 2000 era scesa al 32, per risalire nel 2004 al 35. Da allora l’evasione è diminuita gradualmente fino a meno del 28 per cento nel 2010. L’iva non versata nel 2010 è stata di 36,7 miliardi, contro i 39,5 del 2009. Insomma, negli anni l’evasione sta calando. «Noi recuperiamo 13 miliardi all’anno, l’11 per cento delle somme evase» mi spiega Befera «e riteniamo di avere la possibilità di arrivare al recupero del 30 per cento nel 2020. D’altra parte, il sommerso fiscale in Europa vale in media il 7-8 per cento del pil, da noi il 19».

È davvero possibile recuperare entro il 2020 35 miliardi all’anno di evasione? «Sì, abbiamo tutti gli strumenti per farlo, soprattutto adesso che c’è la possibilità di esaminare i movimenti finanziari».

In un Paese che evade tanto, questo è un rimedio estremo. Ma non trova che siamo ai limiti della legalità costituzionale? «Comprendo che misure di questo tipo siano particolarmente invasive, ma al punto in cui era arrivata l’evasione fiscale non c’era altra scelta. Agiremo stimolando l’obbedienza fiscale. Noi sappiamo esattamente qual è l’evasione dell’iva guardando i dati della contabilità nazionale: se i consumi aumentano o diminuiscono del 10 per cento, l’incasso dell’iva sale o scende nella stessa misura. In Italia ci sono 40 milioni di contribuenti e 7 milioni di partite iva, contro il milione e mezzo della Germania e il milione 200 mila della Francia. (Le partite iva sono, sì, 7 milioni, ma 2 milioni sono inattive). L’Agenzia ha più di 15 mila risorse schierate nel settore della prevenzione e del contrasto, cui si aggiungono gli uomini della Guardia di finanza. Con queste forze in campo il recupero dell’evasione, attraverso verifiche, richiede tempi estremamente lunghi. Allora dobbiamo fare capire alla gente che la ricreazione è finita. L’effetto Cortina ha avuto il risultato di fare aumentare il versamento dell’iva del 9 per cento sui consumi e del 4 sui servizi, nonostante la contrazione del volume d’affari determinata dalla crisi, che ha portato a una caduta dei consumi del 10 per cento. Dai bar ai parrucchieri, sono molto aumentati tutti gli scontrini fiscali. Solo i ristoranti sono rimasti indietro. A me è capitato un episodio divertente in un ristorante di Rimini, in occasione del Meeting di Comunione e liberazione. Mi hanno presentato un conto non fiscale e non le dico la faccia del ristoratore quando ha capito chi ero…».

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