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Niccolò Ammaniti, 'Anna' - La recensione

Nella Sicilia di un vicino domani, le avventure di una giovane fanciulla in lotta per crescere e per sopravvivere

Anna

Anna, particolare della copertina – Credits: progetto grafico di Riccardo Falcinelli

Il due novembre 2020 al mercato del baratto un orologio valeva quanto un cellulare o un Boeing 747. Meno di uno Smarties. In questo scenario apocalittico Niccolò Ammaniti ambienta una fiaba con protagonista una giovane eroina di cui presto ci si invaghisce: Anna. Certo, l'immaginazione di un futuro senza futuro - complice la razzia del nostro pianeta meraviglioso - è ormai un classico dell'ecofantasy contemporanea. Un plot di successo. Ma lo scrittore romano lo declina a modo suo.

Sull'isola di là dallo Stretto sono sopravvissuti a un virus mutante solo gli under 14. Nativi digitali costretti a una definitiva regressione nel tempo senza elettricità. La parola internet non ricorre nemmeno una volta, in questo libro, consegnata all'oblio in nome della sopravvivenza. Come se la caveranno? Il sapere di Anna è condensato nel proprio fiuto e in una piccola enciclopedia che la madre compilò disperatamente negli ultimi mesi di vita: il quaderno delle Cose Importanti. Anna ha una missione: proteggere suo fratello. E una consapevolezza: dover bastare a se stessa, non mostrare debolezze, contare sulle proprie intuizioni. Per esempio, che la vita è un insieme di attese.

Un amuleto cartaceo dall'inchiostro che sbiadisce giorno dopo giorno. Un totem di ossa umane che brucia in un rito sacrificale. Sono questi i simboli della fantascienza che ci immaginiamo in quest'epoca depressa, più delle colonie umane su Marte o delle macchine volanti nel cielo? Ebbene sì, se perfino Niccolò Ammaniti cavalca la distopia, parola abusata e dissonante, inventata per designare un paradosso: l'utopia senza speranza. Il copione del ritorno ai codici primordiali è serrato e avvincente, efferato e imprevedibile. Eppure un virus subdolo e altrettanto potente di quello che ha sterminato i Grandi s'insinua fra i piccoli sopravvissuti: la malattia della speranza.

A questa svolta esistenziale, con la proverbiale ironia intrisa ora di sangue ora di tenerezza Ammaniti ibrida il romanzo d'avventura con quello di formazione. La medesima combinazione di Io non ho paura, romanzo divenuto nel tempo un classico della narrativa per ragazzi. I meccanismi difensivi tipici dell'infanzia e l'iniziazione alla pubertà sono descritti con pudica esattezza, così come le mutazioni del corpo, l'amor materno (amore-mancanza) e la scoperta dell'altro sesso ("un inferno che non avrebbe cambiato per nulla al mondo"). Mentre i pensieri sulla vita e sulla morte colmano le pause dell'azione fluttuando tra veglia e sonno, attraverso un corpus di metafore: "Immaginò il proprio cuore che si copriva di fango come un alveare difeso da vespe giganti".

Anna è anche la storia di un lungo viaggio attraverso la Sicilia, da Castellammare a Messina. L'isola è vista attraverso un grandangolo nell'istante che precede la rivincita della natura, mentre i non-luoghi della contemporaneità si stagliano nel paesaggio come antiche perversioni. I viadotti autostradali e le periferie slabbrate coi capannoni e i centri commerciali marciti tra i veleni, i palazzi devastati dai saccheggi fin nelle fondamenta, le carcasse di automobili simili a scarafaggi abbrustoliti, le insegne pubblicitarie di cui si intravede ancora lo sfrontato messaggio: "Scegli oggi il tuo futuro". Fanno impressione il centro storico di Palermo, moribondo e silente come la platea del Politeama, e il lungomare di Cefalù con il mare che ogni giorno provvede ad accatastare il suo raccolto nelle verande sfondate dei ristoranti.

Qua e là il realismo asciutto della novella assume le tinte macabre di un dipinto alla Hieronymous Bosch o le atmosfere horror di un John Carpenter, come nell'episodio della festa del Fuoco al Grand Hotel Terme Elise. Una folla di reietti si accalca nella cava delle ossa in un crescendo di tensione, violenza e lerciume, con un gruppo di prescelti, i bambini blu, a scudisciare da sopra un camion i coetanei bruciati dalla febbre, soffocati dalla tosse, drogati da una putrida bevanda. Un climax di visioni apocalittiche e diaboliche, in puro Ammaniti style. Perfino gli alberi "si aggrappavano gli uni agli altri come se fossero terrorizzati di precipitare a valle".

Ma il viaggio riprende quota dopo la grande esplosione. Dietro una curva il mare è pronto a ripulire i pensieri e le ingiustizie con il suo sciabordio, regalando l'illusione di un ventre materno cui potersi affidare. Vivere è andare avanti senza guardarsi indietro. 14 anni o cento, non importa quanto ma come si vive. Come fanno le lepri, i fagiani e le mucche, i grilli, gli asini e i falchi. Come fanno i cani, a meno che a rimanere indietro sia il padrone. Allora sì, sono capaci di sfidare anche la forza del mare.

Niccolò Ammaniti
Anna
Einaudi
280 pp., 19 euro

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