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Michele Pettene, 'La morte è certa, la vita no' - La recensione

La storia di Klaudio Ndoja, un apolide col jump shot

Ndoja

La morte è certa, la vita no, particolare della copertina – Credits: idea di copertina: Stefano Faggiani

"Death is certain, life is not". La sentenza tatuata sull'avambraccio di Denzel Washington nel film Training day dà il titolo a un'Odissea contemporanea narrata da Michele Pettene: La morte è certa, la vita no. La storia di Klaudio Ndoja, profugo albanese sbarcato a dodici anni sulle coste brindisine e quindici anni più tardi nominato capitano della squadra di basket della Enel Brindisi, è una boccata di ossigeno di questi tempi in cui l'Albania torna sui giornali per una triste pagine di cronaca che ha liberato un vecchio pregiudizio - l'albanese sinonimo di delinquente - e l'antica banalità dei moralizzatori. Una storia vera fino al midollo, come dice Gianmarco Pozzecco nella prefazione, la storia di una sudata integrazione.

Fra queste pagine c'è la prova di quanto poco sappiamo di un pezzo di storia vicina e recente. L'Albania post comunista visse anni durissimi che culminarono in una tragica spoliazione delle risorse e in una disperata guerra di tutti contro tutti. Ci fu un momento in cui non si guardava in faccia a nessuno pur di potersene andare. L'Italia subì, impreparata, due grandi ondate di profughi in un crescendo di tensione culminata nella terribile sera del 27 aprile 1997, quando una motovedetta della marina militare speronò un barcone stipato di uomini, donne, bambini. L'immagine della Kater i Rades rovesciata nelle acque dell'Adriatico (81 vittime e solo 34 superstiti) è ancora oggi tragica icona e simbolo del destino di molti migranti: la morte è certa, la vita no.

Il racconto si apre con una serie di crudi flashback. Scutari ai tempi di Enver Hoxha, la cultura del sospetto, l'isolazionismo fanatico dell'unico paese al mondo ad aver dichiarato l'ateismo religione ufficiale. Scutari nel febbraio 1991, fra speranze e incertezze: la fine del comunismo in ritardo sulla storia, a sei anni dalla morte dell'odiato dittatore e a un anno e mezzo dalla caduta del muro di Berlino. Scutari nel 1993: violenza, povertà e disillusione in una terra "non ancora pronta per l'arrivo della libertà". Scutari nel 1997: caos, anarchia, guerra civile. Pazzia, isteria, terrore nell'Albania in bancarotta.

Il piccolo Klaudio cresce in una famiglia tradizionale assorbendo valori come disciplina e rispetto, forza di volontà, orgoglio, vendetta. Caratteristiche che torneranno molto utili nella sua carriera da professionista. Ma soprattutto cresce in una famiglia premurosa d'affetto, mentre tutt'intorno il paese va a rotoli. Il momento chiave della sua infanzia è il giorno in cui torna a casa da scuola e trova un canestro nuovo di zecca (un canestro ad altezza regolamentare!) che il padre ha appena montato nel cortile di casa. Da quel giorno il basket entra nella sua vita come un rimbalzo del tempo, come lo swoosh di una retina crivellata da un proiettile dolcissimo: il pallone.

"Meglio una fine terribile a un terrore senza fine". Per 6 milioni di lire (lo stipendio medio di un albanese - chi ce l'aveva - era centoventimila lire al mese) il padre di Klaudio vende la vita della sua famiglia scommettendo su un destino diverso. Il libro di avventure di Klaudio diventa un thriller da seguire con un groppo in gola. Una spy story di scafisti, poliziotti corrotti e mafiosi di Valona fino allo sbarco sulle coste pugliesi in una notte senza luna, a cui segue la lenta risalita della penisola fino a un oratorio di Palazzolo Milanese.

Spesso la realtà supera la fantasia, specie quando invisibili fili conduttori congiurano a intrecciare le trame delle persone e a riscrivere in maniera imprevedibile il libro del destino. Proprio il basket regala alla famiglia di Klaudio una nuova chance. Ma non sono tanto i suoi due metri a farlo diventare un campione, piuttosto invece il fuoco interiore che alberga nel ragazzo come un imprinting, il sacrificio quotidiano in palestra, la lealtà verso gli altri, il senso di riscatto per quella dignità perduta nell'infanzia che con l'andare del tempo diventa carisma, gli regala la fascia di capitano e due tiri liberi fondamentali per la conquista della serie A.

La storia di sport scatena endorfine e passione. E ricordi dolorosi come l'origine dell'ambidestrismo di Klaudio, nato in seguito a un accoltellamento quando era appena un bambino. E struggenti intermezzi filosofico-cestistici come la solitudine del tiro libero, il gesto tecnico più statico e insieme il più ricco di suspense del Gioco. L'istante glaciale in cui si ferma il cronometro e c'è tempo, c'è tempo finalmente anche per la mente di frugare nel passato alla velocità del pensiero: "Come sono arrivato fin qui?". Mentre hai nelle mani le sorti di una squadra, l'umore di una città.

Michele Pettene
La morte è certa, la vita no
Imprimatur
317 pp., 16,50 euro

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