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Michael Cunningham: la mia missione? Salvare la bellezza

Arte e scrittura sono diventate banali. "Ma la nostra storia è legata alla ricerca del bello" ricorda lo scrittore americano a Panorama

di Stefania Vitulli

Premio Pulitzer nel 1999 per The Hours, poi diventato un film con Nicole Kidman, Michael Cunningham , considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi, adorato dalla critica, ha costruito il suo ultimo romanzo (Al limite della notte , Bompiani, 286 pagine, 17,50 euro) sulla perdita della bellezza nella società contemporanea. "È ciò per cui viviamo" spiega a Panorama, "ciò che ci separa dagli animali. Ma anche un pericolo, che può distruggerti. L’intera storia del genere umano è legata alla ricerca della bellezza". Nel suo ultimo romanzo però racconta che non sappiamo più riconoscerla. "Nel mondo di Peter Harris, il mio protagonista, fatto di mercanti d’arte, nella New York dell’élite culturale, il mondo è diventato troppo banale".

Forse è l’arte che è diventata banale...
"L’arte contemporanea è ironica e cinica. E cerca sempre di essere non bella. Come se la bellezza fosse troppo onesta. Per la letteratura contemporanea è lo stesso. Dei miei romanzi si dice che sono «troppo scritti», che è come dire troppo belli nel linguaggio".

La vera rivoluzione nella vita di Peter la porta però l’amore: vince ancora su tutto?
"Il punteggio al momento è Denaro 10 - Amore 3. Ma il gioco è ancora molto caldo".

Lei insegna scrittura creativa. Pensa davvero che si possa imparare a scrivere?
"Se non hai talento, non posso fare niente per te. Ma se ne hai, ti posso aiutare a svilupparlo più velocemente. E posso fare di te un lettore migliore".

Gli ebook stanno uccidendo il libro?
"Che l’inchiostro debba vincere sempre è una visione sentimentale. Avere milioni di storie sul mio iPad è una cosa fantastica. Se il cambiamento viene, io sono pronto".

Che potere ha uno scrittore in America, oggi?
"Se parliamo di potere politico, nessuno. L’America è diversa dai paesi in cui gli scrittori seri sono considerati anche intellettuali e critici seri. Qui siamo figure marginali. Di recente a Mosca sono stato invitato in programmi tv dove si parlava di politica, non di arte e letteratura".

Forse i russi sono più interessati degli americani alle sue opinioni politiche.
"È che negli Stati Uniti anche gli autori più autorevoli sono considerati intrattenitori. Ci prendono sul serio solo quando raccontiamo delle storie".

È vero che rifiuta l’etichetta di scrittore gay?
"Prima di tutto voglio essere considerato uno scrittore. E poi uno scrittore gay. I gay sono diversi dagli uomini etero. Come lo sono le donne. E i neri dai bianchi. Sono uno scrittore gay quanto sono uno scrittore bianco, americano, della classe media. Tutto conta, ma niente definisce tutto".

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