Libri

'Il metodo del coccodrillo', Maurizio De Giovanni: 'Scoprire nuovi talenti è la soddisfazione più grande'

Intervista allo scrittore napoletano vincitore del premio Scerbanenco: "Ricciardi? Se morisse sopravviverei"

Il metodo del coccodrillo, di Maurizio de Giovanni (Mondadori)

Particolare di copertina di "Il metodo del coccodrillo" di Maurizio De Giovanni – Credits: Mondadori

"Finora a parte Fois nessun meridionale aveva mai vinto questo premio: mi sento doppiamente contento, e lo dedico a Napoli: da lì prendo le storie, è giusto restituire". Così il giallista napoletano Maurizio De Giovanni, 54 anni, commenta la vittoria del premio Scerbanenco al Noir Fest 2012 di Courmayeur per il suo Il metodo del coccodrillo (ed. Mondadori), il cui seguito arriverà il prossimo anno in libreria.

E aggiunge: "Condivido di pieno cuore il premio anche con la cinquina dei finalisti e i 15 selezionati, perché quello degli autori di genere è un movimento in espansione costante, e soprattutto è polifonico: nessuna voce noir si somiglia".

Prima ancora del premio, quarantamila copie vendute: com'è nato il suo Il metodo del coccodrillo?
"Come tutti i miei romanzi: su sette, non ce n’è uno che io abbia scritto in più di tre settimane. Nei mesi precedenti raccolgo il materiale, poi mi chiudo in casa, mi abbrutisco fino a dimenticare persino di cambiarmi, e scrivo 15 cartelle al giorno. Poi ho accanto la mia compagna, Paola Egiziano, che legge, aiuta, consiglia...".

Calvino scriveva per rincorrere la verità "dal fondo di una pagina bianca", lei?
"Ho iniziato a scrivere a 48 anni, e da allora racconto storie. Non ho grande piacere di scrivere, se ho un’ora piuttosto leggo. E mi piace vedere la faccia di chi legge le mie storie, in cui non racconto mai me. Lo scrittore è un testimone che vede e scrive ciò che vede, nient'altro".

Nel 2012 hanno ancora senso i premi letterari?
"So che non è molto commerciale dirlo, ma io non ci credo molto: un premio implica un giudizio, come se ci fosse un criterio per scegliere una cosa totalmente diversa dall’altra. Come scegliere tra patate e fragole. Resta il fatto che ogni riconoscimento è una chance di occasione, di incontro, e ricade sulle vendite. Poi ammetto che è pure una grossa soddisfazione".

Secondo lei qual è il compito di un autore affermato, oltre a continuare a scrivere qualcosa di valore, ovviamente?
"Intanto non scrivere se non ha storie: i lettori si rendono conto se scrivi solo perché sei sotto contratto, lo dico da lettore. Poi fare il talent-scout: ho la soddisfazione di poter vantare almeno una decina di nomi sconosciuti portati alla pubblicazione e ne sono felice, essere testimone del talento che cresce è una cosa bellissima. Trovo ottuse gelosia e competizione, e agli esordienti consiglio sempre di farsi seguire da un professionista fondamentale nell’editoria: l’agente letterario".

È d’accordo con la regola di mercato secondo cui se non esisti commercialmente, non esisti neanche come autore?
"Oggi la merce più rara e difficile da reperire è il tempo. Diventare quel tempo per quell’unica ora al giorno in cui il lettore riesce a leggere è dura: oggi dobbiamo divertire in senso etimologico, divertere, portare il lettore in un altro mondo che dev’esser verosimile. Non c’è nessuno che scrive per pochi".

Ne è convinto?
"Sì, ognuno vuole scrivere per il maggior numero possibile di lettori. Non dico che si scriva pensando al pubblico, altrimenti scriveremmo tutti un unico libro banale. Però bisogna ricordare che bisogna essere letti e quindi risultare comprensibili".

Ricciardi è il suo personaggio feticcio, come dimostra anche il suo romanzo appena uscito per Einaudi, Vipera : ha già previsto la sua morte per caso?
"No, perché puoi dotare tu i personaggi di carattere, storia, passioni, poi però li metti in campo e loro fanno la loro vita. Le interazioni vengono da sé, io non posso prevederle. Ogni anno che riscrivo di Ricciardi è come tornassi in una villeggiatura, lo trovo un po’ cambiato, ma poi ognuno torna a casa sua. Sono contento che sia molto amato, e mi capita di parlarne in terza persona come se in fondo l’autore fosse lui. Detto questo, sopravviverei alla sua morte: per fortuna, ho una mia vita".

© Riproduzione Riservata

Commenti