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Matteo Marchesini, "Atti mancati"

Uno psico-thriller di formazione. Un lungo viaggio interiore consumato sui tornanti dei colli bolognesi, nel nome di eros e thanatos. La malattia dell'anima di uno scrittore che si ritrova d'improvviso faccia a faccia con le cicatrici del corpo e le ferite del passato

Atti mancati, particolare della foto di copertina: Windshield Wipers, © Shanna White

Atti mancati  è uno psico-thriller di formazione. Un romanzo matrioska di romanzi mancati. È una seduta psicanalitica di gruppo. Una danza amletica di eros e thanatos sui tornanti dei colli
bolognesi. Shakespeare più Dostoevskij più Italo Svevo e Federigo Tozzi, regia di Arthur Schnitzler e sceneggiatura di Alfred Hitchcock. Musiche cerebrali di Brian Eno con qualche vecchio refrain di
Francesco Guccini che esce da una radio a transistor in una trattoria della Porrettana.

Divago cercando un attacco leggero. Il primo romanzo di Matteo Marchesini, poeta, saggista e brillante critico letterario, mi mette in difficoltà. Con tale spietata arguzia smaschera il vizio dei
funamboli della cultura che usano gli aggettivi come i tifosi, la trappola della pagina bianca da riempire con qualche trucco del mestiere, la tentazione di nascondersi a se stessi e agli altri dietro
lo schermo della scrittura. Con precisione enuncia il paradosso del (critico) mentitore: se (quando parlo) mento, (sulla pagina) dico la verità.

Ecco allora la descrizione di un atto mancato in sette versi di brutale grazia poetica: "Abbiamo camminato molto insieme. / A Bologna. Intorno ai rami immensi / e cerulei del Tevere a gennaio.
/ Eppure erano i viaggi il nostro scacco: / io stavo male, e l'unica vacanza / volevo prenderla senza progettare, / come un ladro o un aruspice impaurito." Sono tratti dal poemetto Elegia della veglia,
contenuto in Marcia nuziale, terzo volume di poesie pubblicato da Marchesini nel 2009.

Questo frammento di Poesia senza gergo, titolo di un recente saggio dell'autore dedicato ai poeti d'oggi, dimostra che il talento espressivo può assumere forme poliedriche senza perdere di pathos
introspettivo. Atti mancati, primo romanzo di Matteo Marchesini, inocula infatti nel lettore le stesse gemme inquiete stillate dai suoi versi. Diluita nel format narrativo, la malattia dell'anima contiene
però una certa dose di morfina: tanto basta per reggere il peso di una storia costruita sui lutti.

Una lettura sintomale di questo romanzo lo rappresenta come un sogno. Anzi, nel solco di Schnitzler, come un doppio sogno in cui coscienza e inconscio dei due protagonisti appaiono
simultaneamente sullo stesso proscenio. Dopo cinque anni di separazione, Lucia ripiomba nella vita di Marco, critico freelance di un certo successo, portando con sé un fardello di segreti che
coinvolgono un'altra coppia, l'amico Ernesto deceduto in un incidente e suo fratello psicotico, Davide.

Lucia costringe Marco a ripercorrere i luoghi dove la dinamica delle coppie s'inceppò nella ripetizione. A considerare l'amico comune Ernesto, da cui era segretamente attratta, come il
vero rivale da temere, o meglio come una sorta di doppio la cui normalità altoborghese era caratterizzata dalla "assoluta assenza di ossessioni". Lo costringe a osservare i meccanismi di
difesa impietosamente all'opera per erigere la stessa cortina di impermeabilità. A considerare le potenzialità omicide dell'inconscio.

Errore e verità hanno un senso nascosto e un linguaggio segreto. Negli Atti mancati quel linguaggio è il Grande Romanzo, l'anello mancante di ogni non detto. Ma la scrittura, anziché contenere
la saggezza purificatrice, appare come luogo degli affetti che sfugge alla dittatura della ragione proprio mentre i protagonisti cercano disperatamente di conservarne il controllo. Il surplace di emozioni, che per la prima metà del libro si consuma nell'attesa "sotto la sottile deadline dell'ironia", deborda allora improvvisamente a un ritmo incalzante, in un climax di rivelazioni.

Il viaggio interiore si consuma nell'abitacolo di una Micra in scorribande tra città e campagna, sotto un sole che non scalda. Bologna è, per Marchesini, simbolica "città di pianura" come Ferrara lo fu
per Giorgio Bassani. Non solo sfondo - portici negozi semafori e l'uniforme bellezza di ragazzi e ragazze partecipi del suo "galateo di finta gnorri" - ma alveo materno custode del tempo e della
memoria, descritto con appassionata e palpabile materialità visiva. Dai portici di via Saragozza si sgomma verso i colli dell'Appennino tosco-emiliano, raggiungendo antichi borghi a un'infinità di
curve l'uno dall'altro, pieni di castagneti e ruscelli e osti dal consumato fascino provinciale. I luoghi delle Croniche epafàniche, dove quando passa un Suv ci si dà ancora di gomito, seduti fuori ai
tavolini dei bar.

All'ultima curva dell'esistenza la parola scritta non funziona più da surrogato. Di trasgressioni e atti mancati, lapsus e "sogni di verità" è fatta la vita di tutti, perfino dei più puri. Ma la verità, come
Matteo Marchesini ha spiegato benissimo, è che a volte si può fare davvero poco per gli altri senza barare con se stessi: perché non ci sono parole condivise per affrontare il dolore.

Matteo Marchesini
Atti mancati
Voland
128 pp., 13 euro

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