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Marcus O'Dair, 'Different Every Time. La biografia autorizzata di Robert Wyatt'

Un libro che rinnova il culto di uno dei più grandi musicisti britannici dell'ultimo mezzo secolo

Different every time

Different Every Time, particolare della foto di copertina – Credits: © Renaud Monfourny

"You look different every time": l'attacco dell'eterea Sea Song, prima traccia dell'album Rock Bottom, 1974, fornisce il titolo e il manifesto di un'opera poderosa firmata da Marcus O'Dair, giornalista, musicista e condirettore del corso di laurea in popular music alla Middlesex University. Ogni volta diverso: è la definizione più prossima al vero di Robert Wyatt, classe 1945, gigante del panorama musicale europeo da cinquant'anni. La sua biografia offre un viaggio in paesaggi sonori alternativi, inclusivi e universali. È un libro confezionato con la cura certosina di chi ha amato il bello e ora ama raccontarne la storia.

Geneticamente non-allineato, come un corpo senza gambe ma con le ali per spiccare il volo, ispiratore di varie generazioni restando sempre pienamente se stesso, contemporaneo a ogni epoca in qualità di formidabile ibridatore d'arti e cultura. Marxista non rinnegato e artefice di una longevità senza compromessi. Questo è Robert Wyatt, la sua leggendaria vita "improvvisata" tiene incollati per quattrocento pagine. Uno che ha scritto "canzoni savie per tempi folli", dice Jonathan Coe in chiusura della sua appassionata prefazione. Specie nell'arte, i confini tra ragionevolezza e follia sono più sfumati che mai.

Different Every Time è il frutto di un lavoro di ricerca che ha coinvolto un numero esorbitante di persone a cominciare dalla moglie Alfreda Benge, il cui sodalizio con Wyatt si è consolidato negli anni con crescente creatività. A lei si deve l'artwork dei lavori solistici, molti testi di canzoni e la cura affettuosa degli interessi del marito (e della sua salute). Le copertine dei dischi, riprodotte in questo libro in bianco e nero assieme a foto inedite e rare memorabilia, sono abbaglianti per eleganza e ironia, per la pulizia del tratto e la maestria della grafica. È bellissimo, ha detto l'artista, quando qualcuno mi dice "ti ho scoperto solamente perché ho visto quella copertina. Completa il quadro, per così dire."

In qualità di batterista e cantante dei Soft Machine - la Morbida macchina accesa nel 1966 da quattro ragazzi appassionati di fantasticherie jazz rock pop - Robert Wyatt fu tra i protagonisti di un'epoca così magica e bizzarra che potrebbe non essere mai esistita. Musica per la mente, universi in espansione, un repertorio rivoluzionario aperto a spericolate contaminazioni come gli esperimenti psichedelici con il Sensual Laboratory di Mark Boyle e Joan Hills. Il duo di arte alternativa (dieci anni dopo avrebbe rappresentato l'Inghilterra alla Biennale di Venezia) iniziò il gruppo ai principi del Son et Lumiere For Bodily Fluids And Functions. Di cosa fossero i "fluidi organici" non si fa mistero: sangue, sperma, urina, moccio, cerume, lacrime e vomito.

Per 18 mesi i Sensual accompagnarono i Soft Machine in memorabili happening basati su un light show realizzato con proiettori modificati e diapositive alterate con acidi e colori. Nelle serate all'UFO, come quelle dei cugini Pink Floyd, la gente diventava parte dello spettacolo mentre si fondeva con le luci. E poi feste memorabili con Brigitte Bardot nel sud della Francia, dove musicarono una pièce di Picasso, e concerti da una notte intera come al 14-Hour Technicolor Dream, la festa più stravagante della Summer of Love londinese organizzata dalla rivista underground IT, quella durante la quale - così vuole la leggenda metropolitana - venivano distribuiti gratis joints di buccia di banana. A gennaio 1968 Wyatt e i Soft partirono per gli Stati Uniti per due tour di spalla nientemeno che a Jimi Hendrix e la sua Experience.

Come la vita di Robert Wyatt, questo libro è suddiviso in un lato uno (il bipede batterista) e in un lato due (ex machina). La tragica linea di demarcazione è la sera del primo giugno 1973, quando Wyatt cadde dal balcone durante una festa restando paralizzato dalla vita in giù: sei settimane dopo "mi risvegliai in un letto d'ospedale e in un mondo completamente diverso". Era stato l'alcol, gli spiegarono i dottori, a "salvargli la vita" mantenendo rilassato il suo corpo durante la caduta. La tribolata riabilitazione sfociò, dodici mesi più tardi, nella pubblicazione di Rock Bottom, capolavoro composto da sei suite sospese fra sogno e incubo.

A partire da Sea Song, la dimensione acquatica della musica di Robert Wyatt fa somigliare molte composizioni a flussi di inconscio in libera uscita. Non sapendo leggere la musica, la concepiva per immagini e un giorno la laguna veneziana gli fornì il paesaggio capace di accordarsi alla sua immaginazione. Il guaio della musica pop è la ripetizione, pensava Wyatt: il jazz e la sedia a rotelle gli fornirono la scusa (e la spinta) per esplorare orizzonti musicali subacquei sempre diversi. Era pur sempre vivo. E poteva ancora suonare qualsiasi strumento impegnasse solamente la parte superiore del suo corpo. Così avrebbe fatto, fino a oggi.

Da Robert Wyatt abbiamo ricevuto in eredità, fra mille altre cose, un punto di vista patafisico sulla paraplegia: una "deviazione accidentale" della vita. L'altalena di euforia e depressione che seguì all'incidente ha contribuito a modellare una tavolozza creativa ricca, enigmatica, imprevedibile. Spesso a beneficio altrui - non si contano le collaborazioni degli ultimi vent'anni con musicisti di tutto il mondo, da Brian Eno a Bjork, da David Gilmour a Paul Weller fino a Cristina Donà e gli Afterhours. Una tavolozza imbevuta di una rara materialità trascendente, come ha sintetizzato spiritosamente il sodale Billy Bragg, musicista e attivista: "Per essere uno stalinista, sa proprio cantare come un angelo".

Marcus O'Dair
Different Every Time
Giunti
446 pp., 29 euro

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