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Ma quale socialista! A Keynes piaceva speculare in borsa

Il nemico del capitalismo era uno spregiudicato amante del lusso. Un libro rivela il vero volto dell’economista

di Riccardo Paradisi

Le persone non sono mai come te le aspetti. Nel caso poi di Friedrich von Hayek (1899 -1992) e di John Maynard Keynes (1883-1946), le biografie rovesciano aspettative e luoghi comuni. Uno dei quali dice che Keynes sia stato una specie di socialista in sonno, un nemico del capitalismo e un avversario del libero mercato.

Una contraddizione rilevata da Nicholas Wapshott nel saggio Keynes Hayek: The clash that defined modern economics (W.W. Norton & Co), anzi un paradosso, come lo chiama Wapshott, che fa riflettere su come le idee pubbliche nascondano spesso modi d’agire privati molto diversi.

Due economisti inglesi, David Chambers ed Elroy Dimson, hanno poi recentemente pubblicato uno studio sui metodi di investimento di Keynes che rivela come il fondatore della macroeconomia fosse un giocatore di borsa spregiudicatissimo. Iniziato alla speculazione dal mago dei titoli Oswald Toynbee Falk, che lo assume prima della guerra al Tesoro e che lo fa nominare consigliere e poi presidente della National mutual life assurance company, Keynes diventa un innovatore nel gioco di borsa anticipando l’approccio della finanza odierna. Un’attività che lo rende molto ricco. Talmente tanto da consentirgli di fare il mecenate con gli amici del gruppo di Bloomsbury, di cui è membro, regalando loro una vita libera dal lavoro e dedita a pittura e scrittura. Circondandosi lui stesso d’oggetti di valore e quadri di Matisse, Picasso e Renoir.

Nondimeno se il suo raffinato edonismo gli ispira l’idea che i soldi servono per essere spesi, lo rende per lo stesso motivo anche venale. Comincia sin dal mattino, ancora a letto, a consultare broker e giornali finanziari. E così a metà degli anni 30 il patrimonio di Keynes ammonta a 500 mila sterline, circa 100 milioni di euro di oggi.

Ma chi non è vittima delle sue contraddizioni? Hayek è stato il più agguerrito avversario di Keynes e un nemico irriducibile dello statalismo, però non ha lavorato un solo giorno della sua vita nel settore privato. Non solo: "Era talmente inetto nel maneggiare denaro" scrive Wapshott "che nonostante il suo capolavoro, La via della schiavitù , fosse un bestseller internazionale, era stato costretto a trasferirsi in tarda età da Chicago a Friburgo in Germania per continuare a usare i libri della sua biblioteca che aveva venduto all’università per sostenersi negli ultimi anni". Forse aveva ragione un altro grande viennese, il genio suicida Otto Weininger, quando diceva che "in fondo si ama ciò che si vorrebbe essere e si odia ciò che si è".

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