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Lo Hobbit: il fantasy troppo perfetto che ha ucciso il fantastico

Il libro di Tolkien continua a mietere successi anche grazie al film. Ma nell'era del web quel mondo esatto ha perso fascino

Confessione preliminare: il mio primo "figlio" è stato un boxer di nome Bilbo. Peccati di gioventù. Si era negli anni Settanta, io e mia moglie ci eravamo appena divorati Lo Hobbit di John R.R.Tolkien e il flemmatico Bilbo Baggins ne era il protagonista. Eppure il perdurante successo del fantasy tolkieniano, che lo Hobbit cinematografico sta confermando, comincia a inquietarmi. È davvero curioso che Tolkien, severo filologo oxfordiano e passatista incallito, sia sopravvissuto al secolo breve delle avanguardie e adesso, alleato con le nuove tecnologie elettroniche, detti legge sull’immaginario contemporaneo tra film e videogame, mentre nei convegni e sui siti internet si discetta sugli aspetti più eterogenei dell’universo tolkieniano: dall’uso del simbolo al sentimento politeista, dagli sviluppi planetari della Tolkien Society al rapporto con la musica rock dei Led Zeppelin o con l’heavy metal dei Blind Guardian. Sono ormai lontani i tempi in cui, almeno in Italia, i nomi di Bilbo Baggins e di suo nipote Frodo evocavano più i "campi hobbit" della destra giovanile che lo chic della collana adelphiana dove Lo Hobbit era stato pubblicato. Tutto l’armamentario di elfi e nani, draghi e orchi del fantasy è stato ormai ampiamente sdoganato nel "mainstream" apolitico dell’immaginario globale, qualunque cosa significhi questa espressione abusata.

Eppure, a me, il fantasy continua a non piacere. La politica non c’entra. Non sopporto il fantasy perché è il contrario del fantastico inteso come crepa salutare del reale. Una volta attuata la necessaria sospensione d’incredulità, il mondo di Tolkien è preciso come un orologio svizzero: al suo interno "tout se tient", con la sua cronologia e le genealogie e la geografia ben delineata, come sulla mappa del Risiko: la Contea degli hobbit e il reame di Mordor e Gondor e le Terre selvagge degli orchi e le Montagne nebbiose dove il viscido Gollum vaga per le oscure caverne. E poiché in letteratura un luogo è essenzialmente un linguaggio, ecco le appendici glottologiche su grafia e pronuncia dell’Ovestron o dell’Alto elfico Quenya. Mai una smagliatura, un’irruzione di quell’"incertezza della realtà" che, suggeriva Roger Caillois, è il vero tarlo del fantastico. Al contrario: una plumbea armatura di certezze filologiche applicate a un’epica immaginaria, ambientata in un mondo dove tutto, fino al minimo dettaglio, è assolutamente esatto. E completamente inventato.

Nell’era degli avatar e di Second life, la Terra di mezzo di Tolkien sembra più "up-to-date" della Terra desolata di Thomas S. Eliot; al sofferto paesaggio con rovine del secolo breve si vanno sostituendo le mappe virtuali del Terzo millennio. Tolkien blinda i reami del fantastico fra mappe disegnate e alfabeti runici, anziché cercare di penetrare in quella faglia limbica dove anche il reale non è che una nomenclatura del possibile. Proprio come nei mondi virtuali del web, l’immaginario si sostituisce monoliticamente al reale invece di metterlo salutarmente in crisi. Per questo il padre dell’avventuroso Frodo e del saggio Bilbo è così rassicurante e piace tanto.

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