L’erba del vicino di Maurizio Monte
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'L’erba del vicino' di Maurizio Monte. La recensione

Nel microcosmo di un borgo che racchiude in sé tutti i vizi e le virtù nazionali, le grottesche implosioni di un modello sociale ancora attuale

Gli anni 80 in un borgo non ben identificato del centro Italia sono quelli in cui la tecnologia non la fa da padrona. Sono quelli della domenica in chiesa e del sabato pomeriggio all’oratorio, sono quelli dello scambio di figurine dei calciatori e delle partite a pallone sfrenate per la strada fino a che si può, fino a quando qualcuno non sbraita dalla finestra.

Ma sono anche quelli in cui le famiglie si osteggiano, poche si fronteggiano, tutte vogliono proteggersi. Proteggere il territorio, le proprietà, le ricchezze, la vita stessa. Proteggere gli affetti e gli affari. Proteggere, se non preservare, un perbenismo apparente.
Come la signora Caturano, in principio Teresina spenna-galline, divenuta la moglie dell’avvocato Caturano Rosario. Sì, proprio uno di quelli che pone il cognome prima del nome, così da far apparire ancora più altisonante (e sbagliato) il tutto.

L’erba del vicino di Maurizio Monte (edizioni Clandestine) è una storia di tempi non lontani, di persone così vicine a noi perché non smettono mai di esistere. La sete di potere la loro linfa, la solitudine la loro compagna di merende.

Ma procediamo con ordine.
La signora Caturano ha fattezze per nulla accattivanti, trascina dietro di sé un odore nauseabondo e semina ovunque grumi di cipria mista al grasso della pelle. Uno spettacolo poco invitante anche agli occhi del marito più distratto, che non le ha certo impedito di affibbiarle il soprannome de La puttana. E non certo per meriti.

Il marito si potrebbe assimilarlo in tutto e per tutto ad una sputacchiera in cui finisce tutto quanto viene espulso dal suo fetido corpo dalle braccia troppo corte. Arrogante perché un vincente, indisponente perché arrivista, è il classico uomo di potere disegnato ancor peggio di come potrebbe essere. È un uomo a cui è meglio non chiedere nulla per evitare una parcella assai più cara. Uno di quelli che fa il buono e il cattivo tempo. Fino a quando…

Di donna Velia vorrebbe essere il sole, così da poterla baciare sempre. Ma le grazie di Velia sono per tutti, l’avvocato Caturano può meritarsi al massimo una scarpa in testa.

Ma come nella vita, anche nelle storie, la svolta è sempre dietro l’angolo.
Quindi ecco che mentre leggiamo dell’amicizia ostacolata tra Pier Filippo, l’ometto di casa Caturano e Secondino, primo e unico genito di Velia, entriamo in simpatia con entrambi: il legame tra i bambini resta forte e imprescindibile nonostante i tentativi di separazione che la signora Caturano instaura perché i ranghi vanno separati (e le bestie allontanate, così sentenziò), nonostante l’ostracismo dimostrato da parte dell’intero corpo docente a scuola (meno una) nei confronti di Secondino e nonostante i nonni materni che non vogliono un nipote erudito, ma due semplici braccia per portare avanti una tradizione agricola che fa rabbrividire.

In questa storia di repentina maturazione ci sono anche due assistenti sociali dal cuore grande e che sanno calare il sipario quando la storia è naturalmente avviata verso il lieto fine. La domestica Enza ridotta in schiavitù, un prete, una maga e un medico, ma anche un venditore di olive e saponi del mercato, un padre lontano che fa il disgraziato e Beatrice, l’amica fidata e leale di Secondino che, si sa come vanno queste cose, l’amica l’amica, ma poi…

E Barbara? La principessa di casa Caturano ne sa una più del diavolo, riserva sorprese e attira simpatie perché povera, lei è disegnata così, non ha colpe, solo un corpo da urlo. Corpo di cui tutti si avvedono. Anche un insospettabile Secondino.

...Ci devono pensare gli eventi naturali della vita a mettere la misura che manca, cara Velia. E arriveranno, ne sia certa. Arriveranno quando meno se lo aspetta. Occorrono eventi eccezionali e imprevedibili, occorre qualcosa che abbia poco a che fare con la ragione.

Sarà da qui in poi che la vicenda assume risvolti grotteschi quando non drammatici. Il destino beffardo non c’entra nulla. È il semplice corso della vita che aggiusta le crepe, sistema gli incastri perfetti, e rende a chi doveva ricevere e toglie a chi doveva esser levato.

L’erba del vicino
di Maurizio Monte
edizioni Clandestine, 2016

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