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"L'incontro" di Michela Murgia, fra innocenza e disamistade

Dopo la parentesi saggistica di Ave Mary, torna al romanzo l'autrice di Accabadora con una storia sorprendentemente esile e leggera, profonda e tenace, ambientata nel cuore della Sardegna rurale

L'incontro, particolare della foto di copertina (Einaudi)

"Quando calava il sole i vecchi uscivano dalle loro case come lumache sotto la pioggia". Mi piace Michela Murgia perché ogni frase è così calibrata che sento esattamente - a pelle - il suo spessore emotivo. Nell'essenziale rifulge il senso. Cui si arriva con un paziente sapiente lavoro di cesello. Mi piace perché la sua scrittura è esatta come legge ma carica di trasgressione. In Ave Mary era palese fin dal titolo, che annunciava con uno sberleffo il tema della reificazione della Madonna. Ne L'incontro è mimetizzata per una cinquantina di pagine, poi improvvisamente, ecco: non sarà il tipo di liaison che ti aspetti.

Ancora di più, Murgia mi piace perché ha avuto il coraggio di staccarsi da Accabadora , raro caso di bestseller non costruito ma sospinto dal "si dice", e solo parecchio dopo vincitore di premi e riconosciuto dall'establishment come un piccolo capolavoro. Ha scritto un saggio, ha moltiplicato la sua presenza a tutto campo sulla scena culturale, in un fiorire di iniziative: le più recenti sono la partecipazione a un esercizio letterario a quattro mani intitolato Presente (Einaudi), con Andra Bajani, Paolo Nori e Giorgio Vasta, e il patrocinio di un social network sardo dedicato alla lettura, Lìberos , presentato qualche giorno fa al festival di Gavoi.

L'incontro (Einaudi) è un romanzo breve dalla trama esile come giunco. Ancora una volta, a prima vista, senza pretese. Ma il nucleo delle pepite può essere invisibile. Il tappeto magico su cui ci invita conduce in un tempo e in un luogo che da qualche parte ci devono essere stati: Crabas (non sfugga l'anagramma), 1986, l'estate di tre ragazzini di 11 anni, l'estate che "per Maurizio aveva la forma sinuosa di una curva a gomito, e lui l'adorava".

Sulle rive dello stagno e nei vicoli di paese, a Crabas l'estate rinsalda la segreta unione di giovani e vecchi. I primi - fratelli di biglie - profittano delle prime libertà per combinare guai, tirare agli uccelli e stanare le merdone dai nidi nel sottosuolo. I secondi seduti in circolo fuori dalle case raccontano storie di fantasmi e donne vampiro. Riti sociali che sanno d'antico. Modi pagani celebrativi di un senso di appartenenza, il Noi, ben più forte di quello della famiglia d'origine. L'incontro poggia su uno dei cardini della poetica di Michela Murgia: il concetto sfumato di famiglia, l'orfanitudine senza lutto, i fill'e anima come incarnazione dell'amore, ambiguo per i canoni della società ma forse intimamente più puro di quello imposto dal legame di sangue.

La parrocchia è il centro nevralgico e simbolico della vita di Crabas, paese che "viveva di un respiro comune ritmato dal suono delle campane". Ma la funzione identitaria della chiesa s'incrina un giorno per la decisione della curia locale di istituire una nuova parrocchia nel cuore del paese. Un evento inaspettato che spariglia destini e fortune. La comunità vocifera mugugna protesta sobbolle vacilla. Poi, da un giorno all'altro, cede. E d'un tratto al Noi si affianca un minaccioso Loro sul margine invisibile di un'inedita estraneità. "Contadini o pescatori non faceva distinzione: erano un'altra parocchia, e si sarebbero comportati di conseguenza".

Disamistade. Sostantivo oscuro della Sardegna che però va oltre la sua storia e leggenda: identifica una categoria universale dell'animo umano. Murgia coglie lo sboccio della faida nella sua primitiva essenza, con carica espressiva pari al Fabrizio De André dell'omonima canzone, preciso come un bisturi fin dall'incipit: "Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa, questa gente divisa, questa storia sospesa". Nell'Incontro fra la "guerra del cuore" e l'ultima fantasia d'infanzia si risolve il finale, con una sorpresa che fa pensare: e se fossero i ragazzi gli unici capaci di risolvere le conflittualità dei grandi?

Mi piace Michela Murgia, concludo, perché sprona a non accontentarci di verità assolute. Da qualsiasi parte provengano e in particolare dal pulpito, a giudicare da quella predica "di una brevità indecente". La letteratura deve affrontare i tabù, insiste la scrittrice. Tabù da guardare in faccia senza scappare come fanno i bambini, come uno dei misteri dell'esistere. Altrimenti il dolore degli altri sarà sempre "un dolore a metà".

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