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Invidia e vanità: la Collatio laureationis di Francesco Petrarca

La Vita Felice manda in libreria la dotta dissertazione che il poeta aretino tenne in occasione della sua laureatio in Campidoglio. Ma che in realtà ci racconta molto di più, tra rancori e vanagloria dei letterati…

Francesco Petrarca (Credits: Ansa)

È vero, la citazione è lunga, ma merita attenzione: “Anche la Laurea penso di averla ottenuta ancora troppo giovane di età e di animo, composta di fronde immature: che se io fossi stato più maturo non l’avrei desiderata per nulla. Difatti così come i vecchi amano le cose utili, i giovani sono desiderosi di quelle straordinarie e non ne vedono il fine. Cosa credi, quell’alloro non mi ha dato né scienza né eloquenza, piuttosto mi ha portato un’infinità di invidia e mi ha tolto tranquillità: ho così pagato la pena di una gloria vana e della giovanile audacia”.

L’autore della lettera – anno domini 1373 – è Francesco Petrarca, il destinatario Giovanni Boccaccio. La laurea a cui fa riferimento non ha nulla a che spartire con quelle che conosciamo oggi. È infatti la cosiddetta laureatio, l’incoronazione con alloro in Campidoglio in riconoscimento della sua grandezza di Poeta. Quando lo riceve, Petrarca ha compiuto 37 anni. È un attestato unico (per intenderci: non è neppure lontanamente paragonabile al nostro Nobel), che oltre a una serie di indubbi vantaggi pratici (diventare cittadino dell’Urbe, conseguire il titolo di Magister e dunque di Professore), presto gli procura, come ammetterà anni dopo lo stesso Petrarca, una lunga serie di invidie, amarezze e rancori.

Petrarca non è estraneo: come ricorda Giulio Cesare Maggi, è stato lui stesso a sollecitare il riconoscimento. Così, rileggere La Collatio laureationis , che la Vita Felice manda ora in libreria in uno smilzo libretto curato dallo stesso Maggi e presentato da Maria Giuseppina Malfatti, genera nel lettore contemporaneo un immediato effetto.

Quello, cioè, di confermare come la vanità possa rendere prigioniero persino un poeta massimo (pardon, il poeta massimo) come Petrarca e come solo con l’età e con la saggezza si possa osservare certe dinamiche con un certo distacco.

Sarà lo stesso aretino, infatti ad accennare anni dopo nel De viris illustribus come l’invidia susciti negli stolti il successo di coloro che per ingegno si elevano sopra gli altri. Il messaggio della Collatio, riletto in negativo alla luce delle opere di Petrarca, è in gran parte questo. E la dotta prolusione che il poeta compie non fa che rendere questo contrasto ancora più vivido, seducente e attuale.

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