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Il tempo fermato: Bailly spiega la differenza tra immagini e segnali

BookTime manda in libreria uno smilzo pamphlet del filologo francese di un’inattualità sorprendente. Che trasforma il saggio in un curioso e provocatorio libretto

(Credits: Romeo Gacad/Ansa)

Partiamo da un’evidenza: non abbiamo mai vissuto senza immagini , anche quando non disponevamo di sofisticati mezzi tecnici.

“Ci sono sempre state, in qualunque civiltà. In certi periodi gli uomini hanno avuto un forte interesse verso le immagini, in altre meno – e questo per ragioni essenzialmente religiose – ma difficilmente troveremo dei luoghi al mondo nei quali l’immagine non sia penetrata”. Di qui, la domanda: cos’è che ci interessa tanto in essa?

Il filologo Jean-Christophe Bailly ha provato a rispondere alla domanda in un breve pamphlet pubblicato da BookTime, nella collana Piccoli saggi.

Si intitola Il tempo fermato e ha un primo, evidente pregio: l’inattualità. Non si tratta di una provocazione. Per affrontare un tema simile, parliamo infatti di una dote imprescindibile.

Il secondo merito sta invece nel linguaggio. Piuttosto chiaro e piano, ma mai didattico.

Un esempio? Eccolo: “Le immagini che comprendiamo immediatamente non sono altro che segnali. Quando siete a uno STOP, questo non rappresenta un’auto che si sta fermando, stessa cosa per il divieto di accesso. Una striscia bianca su di uno sfondo rosso non è un’immagine, ma un segnale che deve essere interpretato. Se esistessero plurime interpretazioni possibili del divieto d’accesso, immaginate che caos?”.

Il discorso si potrebbe allargare. E infatti si allarga: in una cinquantina di pagine le argomentazioni di Bailly diventano ancora più apprezzabili.

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