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Il ritorno di Valerio Massimo Manfredi: un estratto dal nuovo libro

Il 10 settembre esce Il mio nome è Nessuno - Il ritorno: il viaggio di Ulisse secondo Manfredi. Ecco come comincia

Valerio Massimo Manfredi – Credits: Ansa

Martedì 10 settembre 2013 esce Il mio nome è Nessuno - Il ritorno, a firma di Valerio Massimo Manfredi. Il ritorno segue Il giuramento (Mondadori, 2012) in cui Manfredi aveva ripercorso la biografia del re di Itaca sino all'assedio dell'Iliade e al cavallo di Troia. Nel nuovo libro lo scrittore racconta il "viaggio più avventuroso e affascinante di tutti i tempi", quello di Odysseo, reduce dalla guerra, attraverso un Mediterraneo popolato da sirene e ciclopi. In anteprima su Panorama.it pubblichiamo le prime pagine di Il ritorno.

 

Troia bruciava ancora in un rogo immane, dardi di fuoco piovevano dal cielo con strepito assordante, ombre di guerrieri caduti ancora urlavano strazio tra il fumo e le fiamme, spettri inquieti e senza pace alle soglie dell'Hades. E sarebbe bruciata per giorni e notti fino a ridursi in cenere. Il bagliore delle fiamme m’indicava la via.
Due uomini per ognuna delle mie navi raggiunsero la riva lottando contro la violenta risacca e le ancorarono a terra piantando saldi picchetti di quercia. Dissi loro di aspettarmi e di non allontanarsi per alcun motivo, e m’incamminai in direzione della città. Ancora mi chiedo perché non mi fermai per la notte a dormire con i miei uomini, perché tornai sul luogo dell’insidia e del massacro, e non trovo risposta.
 Vidi dall'alto le navi di Agamemnon e degli altri re rimasti con lui ancorate di poppa e con la prua al mare. Anche loro si stavano preparando alla partenza. Forse si erano convinti che non c’erano sacrifici ed ecatombi che potessero riparare gli orrori commessi, ripagare del sangue di tanti inermi innocenti. Ritrovai la strada, passai tra gli stipiti bruciati delle porte Skaiai e salii verso la rocca. In tempo per assistere a un evento sconvolgente. Il cavallo che avevo costruito crollava in quell'istante divorato dalle fiamme. Solo ora lo avevano raggiunto, isolato. E alto com'era, a dominare la città e la reggia, si accasciò a terra in un vortice di scintille e di fumo bianco. La testa fu l’ultima a dissolversi nel rogo.

  

 Sentivo, o credevo di sentire, l’eco delle grida di chi già da tempo era bruciato e svanito, il sangue raggrumato ancora si poteva vedere nelle crepe della strada. Continuai a salire, finché raggiunsi il vasto cortile porticato su cui sorgeva il santuario della mia dea. Il tetto era crollato, i pilastri anneriti erano sentinelle del silenzio.
 Entrai.
 Il santuario era vuoto, il piedistallo della statua era vuoto. Il possente idolo stellato di Pallade Athena era scomparso. Chi lo aveva preso? Chi aveva osato tanto? I miei, forse? Io stesso, e poi la mia mente aveva del tutto dimenticato? Per quello mi trovavo fra le mura di Ilio sacra? Domande senza senso e senza risposta, ma mi aggiravo ugualmente come uno spettro fra le rovine divorate dal fuoco. La pioggia sfrigolava nel toccare le fiamme che continuavano ad ardere con una energia maledetta. Alla fine, esausto, discesi verso il campo di battaglia. C’era uno strano chiarore nell'aria, irreale, un vapore luminescente che trasformava ogni sagoma, ogni profilo, rendendo tutto irriconoscibile. Mi trovai improvvisamente e senza rendermene conto presso il caprifico. Il tronco grigio, le foglie verdi, la corteccia mille volte trafitta. Mi appoggiai e sentii contro la schiena le cicatrici dell’albero immortale, l’unica creatura vivente rimasta nel campo sconvolto. Poi mi addormentai esausto, seduto in terra.

 Fu la luna a destarmi e a farmi tornare al promontorio Reteo illuminando il mio cammino, finché non vidi i pennoni e i fianchi delle mie navi. All'alba un vento robusto dall'entroterra disperse le nubi, portò via verso il mare il fumo, lasciando il cielo sopra di noi terso e luminoso. Allora sciogliemmo gli ormeggi, spingemmo in mare le navi e alzammo la vela. Il vento ci spinse verso la costa della Tracia. Conoscevo quei luoghi: più volte vi ero andato per acquistare il vino che avrebbe rallegrato i banchetti dei re e dei principi, che ci avrebbe consolato delle tante sofferenze. Un vino fortissimo, dolce, che allungavamo con l’acqua per farlo durare di più. Non era certo un incarico degno di un re, sarebbe bastato un qualunque mercante di quelli che piantavano le loro tende fuori dal nostro accampamento, ma a me piaceva, mi sembrava di tornare a vivere. Camminavo per i campi, assistevo al travaso del vino, lo assaggiavo, trattavo il prezzo. A volte mi invitavano a pranzo e restavo a mangiare con i vignaioli. In qualche modo mi pareva di essere di nuovo a casa. Eravamo in mare, finalmente, per non tornare mai più. Come mi sentivo... il pianto mi scendeva dagli occhi. Guardavo indietro e ricordavo i compagni, gli amici caduti, tutti quelli che non avrebbero fatto ritorno. E anche guardavo avanti, contavo i giorni che ci separavano dalla nostra isola e non mi sembrava vero. Riprendevo a pensare come pensano gli uomini che abitano le loro case, coltivano i loro campi, allevano le loro greggi. Mi figuravo gli eventi gioiosi: avrei riabbracciato i miei genitori, mio figlio che non mi aveva mai conosciuto, Penelope che avevo tanto desiderato nelle lunghe veglie notturne, avrei giaciuto accanto a lei nel letto che le avevo costruito e dopo aver fatto l’amore avrei guardato i travi sulla mia testa, aspirato il profumo del tronco d’ulivo, il profumo della mia sposa. Ci saremmo raccontati tante cose prima di addormentarci sotto le coperte ricamate da mia madre. E Argo? Sarebbe stato ancora vivo Argo?

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