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"Il giro del mondo in 35 mm" di Carlo Lizzani

Intervista al regista che nel suo libro racconta le esperienze personali di viaggiatore cinematografico. Per girare i suoi film ha compiuto ben dieci volte il giro del pianeta

Carlo Lizzani con Sophia Loren nel '54

Foto di gruppo sul set del film "La donna del fiume" – Credits: LaPresse

Il giro del mondo in 35 mm , sottotitolo Un testimone del Novecento, edito da Rai-Eri, è il più recente libro di Carlo Lizzani. È il diario intimo e personalissimo dell'autore che raccoglie impressioni e appunti sui luoghi nei quali ha girato i 65 film compresi nel suo curriculum. Una vasta e preziosa documentazione, dal 1957 ad oggi, testimonia la vastità delle osservazioni politiche, sociali e di costume di un regista che, ad eccezione dell'Australia, ha fatto dieci volte il giro del mondo.

Questo libro ha caratteristiche diverse dai precedenti per una precisa volontà dell'autore che diventa una sorta di Terzani della cinematografia. Lui stesso si definisce un viaggiatore del cinema che, da Los Angeles a Pechino, vive a stretto contatto con le popolazioni locali, riesce a comprenderne, con largo anticipo, le vere aspirazioni. Panorama.it ha incontrato Carlo Lizzani.

La sua passione per i viaggi è funzione del suo lavoro di regista?
"Sono state le letture di Salgari e di Verne, quando ero ragazzo, a trasmettermi l'amore per i viaggi che a loro volta mi hanno portato ad amare il cinema documentaristico, così importante nella mia carriera. Come spiego nell'introduzione, che fornisce la chiave di lettura per il mio girovagare, un'esperienza fondamentale è stato il lungo viaggio in Cina per le riprese del film La muraglia cinese.Qui ho avvertito con molto anticipo quella che sarebbe stata poi la degenerazione della rivoluzione proletaria di Marx e Lenin. Il contatto diretto con una realtà che in Occidente ancora non si avvertiva, mi ha consentito di vedere, al di là degli slogan propagandistici di una Cina guida del comunismo mondiale, la vera vita del popolo con la sua povera economia contadina. Al ritorno in Italia queste mie considerazioni sembravano quasi sacrileghe perché in contrasto con l'ideologia corrente".

I racconti dei viaggi negli USA sono, invece, basati di più sui suoi incontri con i divi di Hollywood.
"Ricordo quanto mi sono battuto con la Columbia per ingaggiare Robert De Niro che, invece, era considerato troppo giovane e poco convincente. E quando dovetti riscrivere il copione di Mussolini ultimo atto per creare altri personaggi e diluire la presenza di Rod Steiger che agli americani non piaceva. Poi De Laurentiis mi offrì di girare Madame Bovary, a patto che io fossi gradito a Liv Ullman, la protagonista!".

Come mai non è stato in Australia?
"Ci sarebbe stati molte occasioni, ma certo, non potevo correre dappertutto".

Poi c'è un capitolo in cui parla dei film che avrebbe voluto girare e a cui ha dovuto rinunciare.
"Penso ad esempio a Cristo si è fermato a Eboli, a Gli esclusi a Madre Coraggio. Per il primo mi fu riferito che molti diplomatici italiani all'estero non gradivano pellicole in cui apparisse l'immagine di un'Italia in preda alla miseria e al degrado. L'invocazione di lavare i nostri panni sporchi in casa durò fino agli anni '60. Poi, fortunatamente, ci fu un ricambio generazionale. Allora Andreotti, che pure appoggiò lo sviluppo del cinema, dovette fare i conti con questa realtà extra italiana che bloccò molte iniziative".

Nei capitoli dedicati ai primi anni '70, lei afferma che il film politico non "attaccava più". Perché?
"I successi macroscopici di Malizia, Pane e cioccolato, Peccato veniale, i film di Terence Hill e Bud Spencer dimostravano che c'era sempre meno spazio per quelli che affrontavano delle problematiche più serie. Naturalmente ciò non significa che la commedia italiana non avesse un suo intrinseco valore.

In che senso Cent'anni di solitudine di Marquez ha influenzato la sua visione del cinema?
"Macondo, il villaggio dove è ambientato il racconto, per certi aspetti, ha determinato la mia formazione, mi ha convinto che l'arte non è cronaca, ci vuole una trasfigurazione. La realtà è solo una delle interpretazioni".

Che ricorda di Roberto Rossellini?
"Avere utilizzato attori di commedia come Aldo Fabrizi e Anna Magnani  per ruoli drammatici in Roma città aperta, ha cambiato il destino del cinema. Dinanzi alle iniziali perplessità di noi tutti, Rossellini dimostrò di avere ragione. Per questo conservò sempre nel portafoglio il ritaglio di una recensione in cui il critico sosteneva che solo una mente obnubilata poteva aver concepito l'idea di utilizzare due guitti in una pellicola di spessore. Invece sappiamo tutti come è andata a finire. Anche oggi, il passaggio di un attore da ruoli frivoli a parti impegnate può dare uno scossone al pubblico ma può anche allontanare consensi".

L'ultima domanda: qual è a suo parere lo stato del cinema italiano oggi?
"Abbiamo molti talenti, Garrone, Moretti, Giordana, Amelio, ma manca l'aggregazione di molti intorno ad un'idea in grado di rivoluzionare il linguaggio. Queste convergenze avvengono solo quando ci sono grandi mutamenti sociali come nel dopoguerra. Purtroppo oggi, nonostante la crisi che potrebbe rappresentare un elemento di rottura, manca proprio quel cemento in grado di generare un movimento di aggregazione".

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