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Hasan Ali Toptaş, 'Impronte' - La recensione

La storia speciale di una persona che avrebbe voluto una vita normale. Un capolavoro di frontiera, visionario, commovente

impronte

Impronte, particolare della copertina – Credits: Maurizio Ceccato - Ifix

È il primo romanzo tradotto in Italia di Hasan Ali Toptaş, nato nel 1958 a Çal nell'entroterra egeo. Parte della critica europea lo venera come scrittore di culto da una ventina d'anni, addirittura il Frankfurter Allgemeine lo ha definito il Franz Kafka turco. Un paragone impegnativo ma non blasfemo. Impronte ha il respiro della grande letteratura otto-novecentesca e una traduttrice di rara bravura, Giulia Ansaldo, autrice a sua volta di un ispirato cameo in fondo al romanzo, intitolato La scatola nera del traduttore. Dentro un impianto narrativo complesso i ricordi del sottosuolo del protagonista, il signor Ziya, celano un'allegoria potente e visionaria che esprime il profondo disagio di un'epoca: la nostra.

"La storia" diceva Montale in versi sublimi, "non è poi la devastante ruspa che si dice / Lascia sottopassaggi, cripte, buche / e nascondigli. C'è chi sopravvive." Il signor Ziya è un sopravvissuto nelle fessure della storia. I venti mesi di servizio militare negli avamposti di confine turco-siriano gli hanno portato via per sempre l'innocenza lasciandogli in dote un amico, Kenan, e il miraggio di un approdo sereno in una pianura finalmente assolata e senza contrabbandieri. Una bomba al plastico piazzata dai terroristi in una libreria di Istanbul gli ha portato via per sempre moglie figlio e il senso della vita, lasciandolo in balia della vergogna per non essere morto con loro.

Ziya abbandona il grande appartamento sul Bosforo per la consolazione che il vecchio commilitone ha preparato per lui nel villaggio di Yaziköy, dove ancora non sa che tutti sanno tutto allo stesso tempo: una piccola casa, un giardino, una vigna. Ma il brontolio della vita che rende incuranti le persone metterà presto fine alla promessa di quella tardiva quiete. Toptaş ne approfitta per accarezzare i margini della società turca coi suoi riti ancestrali, dipingendo con le parole l'oscura essenza dei villaggi kurdistani, così lontani da quella cosa che chiamano Europa. Finito il tempo dei pastori e della transumanza, di stagnini e rigattieri, tintori e circoncisori, venditori di sanguisughe e cantastorie, non resta che la grettezza bigotta dei villani, vittime e carnefici di un'umanità repressa e depressa. Ma in fondo che ne sappiamo davvero.

Nell'andirivieni narrativo tra presente passato e immaginazione, Ziya poggia le sue Impronte in sette quadri dai secchi titoli paradigmatici (Chiave, Sogno, Quiete, Yaziköy, Frontiera, Riconoscenza, Male). La vita del protagonista si dispiega allusivamente come in una seduta psicanalitica, aprendosi di continuo a nuove trame e vicende di personaggi errabondi e simbolici: Kazim il Mantice e il pizzicagnolo Ramazan, Bekir lo Strabico e Davut lo Scuro, Alì il Nevaio e mille altri. Plasmata nella materia di cui sono fatti i sogni, la scrittura di Toptaş squarcia però a intermittenza l'opaco velo esistenziale lasciando campo libero alle poderose visioni di una terra sterminata e bruciata dal sole, agli strepiti del melograno svolazzanti nell'aria, ai fruscii di erbe secche colati dentro il silenzio, agli echi di hoop sibilanti fra le trincee, alle sagome minacciose dei monti, alle cose segrete di cui parlano gli evviva degli sposi...

La mente cerca un motivo e, non trovandolo, lo inventa. Infine l'illusione sbatte sul duro ciglio del dolore, distribuito a caso dalla sorte e poi redistribuito dall'ignoranza crudele e disperata dei consimili. Impronte trasfigura il destino dell'uomo lasciando senza fiato come in un bosco congelato dentro l'indicibile dilemma: colpevole senza colpa. Un dilemma che alberga nel grembo della grande letteratura e nel verso del poeta Yenişehirli Avni (1826-1884) che apre il romanzo: "Nessuno è riuscito a penetrare il senso della Causa nostra / Noi stessi siamo ammirati dalla Causa senza senso nostra".

Hasan Ali Toptaş
Impronte
Del Vecchio Editore
400 pp., 18 euro

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