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Giulia figlia di Augusto, la prima femminista della storia

Sacrificata alla ragion di stato, la figlia di Ottaviano si ribellò al potere. Fino alla congiura contro il marito Tiberio

Credits: Getty Images, Mondadori Portfolio

Giulia maggiore, uno dei più affascinanti personaggi della storia di Roma, è raccontata per la prima volta da Lorenzo Braccesi nel libro Giulia figlia di Augusto (Laterza, 228 pagine, 19 euro), uno straordinario ritratto di quella che lui chiama la prima femminista della storia. Deluse fin dalla nascita il padre Ottaviano, che aspettava un maschio, ma ciò non impedì che la piccola, a 2 anni, fosse fidanzata ad Antillo, figlio di Marco Antonio. Non si sposarono mai perché i rispettivi padri ripresero a farsi la guerra. Giulia aveva 5 anni quando conobbe quello che sarebbe stato il suo grande e sfortunato amore, Iullo Antonio. A 14 anni Giulia sposò il cugino Marco Claudio Marcello di 17. Coppia da sogno: belli, ricchi, popolari, ma il ragazzo predestinato alla successione morì due anni dopo. Giulia andò allora in sposa ad Agrippa, il generalissimo, braccio destro di suo padre, ma privo di sangue blu, e quindi da lei snobbato.

Stanca di obbedire alla ragion di stato, si diede a frequentare circoli letterari d’avanguardia che col tempo diventarono d’opposizione anche politica, a vestirsi in modo spregiudicato, a circondarsi di uno stuolo di spasimanti. Fra questi il prediletto, l’amato Iullo Antonio, ottimo poeta. Ma era la figlia di Augusto e nessuno poteva toccarla. Nel corso degli anni diede al marito cinque figli: a chi si stupiva del fatto che, a dispetto della sua condotta, tutti fossero il ritratto del padre, rispondeva con sense of humour: "Io imbarco passeggeri solo dopo che la nave è carica".

I due maschi morirono molto giovani e così Augusto costrinse il figliastro Tiberio a sposare Giulia che obbligò, incinta, a seguirlo nella campagna sul Danubio: lei partorì ad Aquileia un bambino prematuro che morì. A quel punto Giulia andò per la sua strada aderendo, assieme a Iullo Antonio, alla congiura che doveva uccidere Augusto proprio il giorno del trentennale della battaglia di Azio. Scoperti, i congiurati furono arrestati, messi a morte, esiliati. Iullo Antonio costretto a suicidarsi; Giulia fu relegata a Ventotene e poi a Reggio. Ma non era finita. Quando Tiberio prese il potere, le sequestrò i beni riducendola in miseria e la condannò all’uso di una sola stanza dove Giulia, mai doma, si lasciò morire di fame e di rabbia.

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