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Geminello Alvi: "Il futuro dell’Italia è confederale"

La repubblica è in agonia. L'unica salvezza è che lo stato si riduca al minimo

Credits: Imagoeconomica

Chi voglia misurare la decadenza italiana e figurarsela in vive immagini, così da avere la cognizione del dolore che questa comporta, deve leggere La confederazione italiana  di Geminello Alvi: libro estremo, visionario, preciso fino all’acribia, così magistralmente scritto da sembrare animato. Più che un saggio, un viaggio nei retroscena spirituali della nazione dove scorrono le immagini del progressivo degradare dell’Italia rispetto all’idea che di essa avevano intuito le sue anime più grandi. Da Virgilio a Dante, da Giuseppe Garibaldi a Carlo Collodi, da Giuseppe Prezzolini a Eugenio Montale, passando per Adriano Olivetti e Gianfranco Miglio, gli unici a pensarla già compiutamente federale prima che il federalismo diventasse l’ennesimo malriuscito esperimento italiano.

La decadenza, si diceva. Alvi la racconta per immagini tra una divagazione botanica e la descrizione d’una marina baltica o adriatica, riavvolgendo la pellicola della sua storia. E così vediamo scorrere l’8 settembre, quando muore la patria e l’agonia del Risorgimento segna il suo punto terminale. Resiste ancora qualcosa, in termini di dignità nazionale, negli anni Cinquanta del boom e della ricostruzione, ma gli anni Sessanta del centrosinistra e della contestazione, l’egemonia gramsciana sulla cultura, il degradarsi di scuola, università, televisione segnano la mutazione antropologica degli  italiani, lo sfiguramento del Paese.

Il lievitare del debito pubblico, l’espandersi tumorale dello Stato e di un welfare assistenziale, il sempre più perverso intrecciarsi e condizionarsi di cultura, economia e stato dirigista, sono la conseguenza di un collasso morale che interessa l’intero Occidente ma che in Italia non trova nemmeno un residuo carattere nazionale a fare da diga, garantire comunque una tenuta.

L’impazzimento giacobinista di magistrati e sinistre giustizialiste, la guerra civile ideologica, si tiene, nell’ultimo ventennio, con la tragicommedia dell’euro, l’esplodere dell’emergenza previdenziale, i costi insostenibili della sanità, la confusione dei giovani e la loro espulsione dalla sfera produttiva. L’Italia è un Paese fondato sulle rendite e l’odio ideologico, dice Alvi. Un Paese senile senza essere saggio. Secondo Alvi, siamo però all’ultimo dibattersi di questa agonia. L’Italia così non durerà a lungo. Per questo l’economista immagina un futuro confederale, retto da uno stato minimo, fondato su un’economia liberista, su una cultura di libere associazioni, scuole e università. L’Italia come in fondo avrebbe potuto diventare nell’idea di Carlo Cattaneo e Vincenzo Gioberti, Olivetti e Miglio. E come forse potrà rinascere dopo la fine di questa agonizzante repubblica. (R.P.)

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