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Francesco Forgione, "Porto franco"

Politici, manager e spioni sulle rotte della ‘ndrangheta

Francesco Forgione, Porto franco (particolare della cover) - Credits: Dalai editore

@violablanca

Francesco Forgione , giornalista e studioso dei fenomeni mafiosi, è stato presidente della Commissione Parlamentare Antimafia dal novembre del 2006 fino allo scioglimento anticipato delle Camere nel 2008. Chi meglio di lui e delle sue precedenti pubblicazioni (ultima in ordine di tempo, Mafia export. Come ’ndrangheta, cosa nostra e camorra hanno colonizzato il mondo ) per questa grande ricostruzione di un pezzo di storia della ‘ndrangheta e dell’Italia repubblicana, con scoop inquietanti e domande imbarazzanti sull’operato di alcune procure e uomini dello Stato?

Nel suo ultimo libro, Porto Franco (Dalai editore ), Francesco Forgione viaggiando tra presente e passato riesce a raccontare con ironia spietata oltre 40 anni di storia calabra e italiana, dai moti di Reggio del 1970, al centro siderurgico inaugurato da Andreotti e mai costruito, fino agli anni dell’ultimo governo Berlusconi. Quasi mezzo secolo in cui la ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro sotto l’egida dei Piromalli ha saputo compiere una grande trasformazione, intrecciando rapporti duraturi con la massoneria, i Servizi deviati e una politica sempre più asservita. Una repubblica parallela che incrocia gli anni della strategia della tensione, gli albori della Fininvest in Calabria, la nascita del porto di Gioia Tauro, e arriva alle bombe di Reggio del 2010 e allo sbarco in Lombardia.

Tante le storie paradossali. C’è il latitante Micciché in Venezuela che tratta voti e petrolio con Dell’Utri, e poi compra azioni con una broker in Vaticano che si incontra col cappellano spirituale di papa Wojtyla. C’è la Onlus di un prete nigeriano che smercia medicinali per conto dei boss. Ci sono i cinesi che contrabbandano scarpe e vestiti con la cosca Molè, amici dei Templari che a loro volta riciclano milioni della ’ndrangheta tramite fondazioni umaniste. C’è il solito Micciché che cerca l’allora ministro Mastella per intercedere per il boss al 41 bis, e parla col ministero come fosse una qualunque segreteria. C’è lo stimato commercialista uomo dei Servizi che si vende al boss per pura ammirazione, perché quello sì è «un vero uomo». C’è il giudice erotomane che si vende per qualche escort e un po’ di affari. C’è il commercialista Pilello con le mani in pasta in tutta la finanza azzurra milanese con la sua storia partita da una loggia massonica della Piana e ci sono i boss-imprenditori che vivono a Milano che, assieme a consiglieri regionali e giudici calabresi, fanno feste a Roma con il futuro sindaco Alemanno.

Ma il libro ha anche scoop e solleva pesanti dubbi su alcuni servitori dello Stato. Gli scoop riguardano le telefonate fra Micciché e Dell’Utri, da cui emerge l’ammissione di Micciché di aver truccato e bruciato le schede per il voto degli italiani all’estero nelle politiche del 2008. Ma soprattutto la rivelazione della conoscenza di Micciché e la sua cricca di una telefonata segreta tra l’allora premier Prodi e Chavez, in vista della visita ufficiale in Venezuela del presidente della Camera Bertinotti, che Micciché tiene sotto controllo facendolo pedinare dal futuro candidato alle elezioni con il partito di Berlusconi. Nessun giudice o autorità di polizia ha mai informato la terza carica dello Stato di allora né della conoscenza della telefonata riservata né di essere stato pedinato.

Infine Forgione racconta i retroscena delle bombe contro la Procura di Reggio nel 2010, le stranezze degli arresti dei latitanti, le cimici per le intercettazioni che si accendono a intermittenza, le talpe nella Procura e nelle forze di polizia con il coinvolgimento nelle indagini anche di noti magistrati antimafia. Uno spaccato fosco anche del clima di veleni e di intrecci familiari che dal palazzo di giustizia arrivano fino alle parentele con i boss e rendono Reggio città di frontiera.

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