Fabio Genovesi, 'Chi manda le onde' - La recensione
Elaborazione di BPX da foto © Anna Sunny Day e @ Getty Images
Lifestyle

Fabio Genovesi, 'Chi manda le onde' - La recensione

Spesso nella vita basta semplicemente crederci. Vite di provincia a un passo dal precipizio, aspettando l'onda giusta

"Siamo tutti normali finché non ci conosci abbastanza". Fabio Genovesi torna nella Versilia dei condomini con le sue solitudini non stagionali per raccontare una storia nel cui titolo si cela un interrogativo, o forse anche no: Chi manda le onde. Sono quasi quattrocento pagine avvincenti, piene di sorprese, di ironia amara e belle intuizioni, fluidificate dai frequenti passaggi dal reale al surreale e viceversa.

La copertina invita a tuffarsi nella lettura come nel mare di fine settembre, in quelle giornate miracolosamente terse e tiepide e solinghe, salvate dal sogno d'estate per il ghiribizzo di un estroso pittore. Ma l'immagine da figurina Liebig - un furgone Volkswagen camperizzato color acquamarina, fermo sulla strada a contemplare il mare - rimanda innanzitutto al tempo dell'estate, istituzione mentale della giovinezza. Quel tempo di canotti a remi e padri in canottiera, partite a biglie sulla sabbia e viaggi incolonnati in autostrada verso l'acquea promessa color turchese: il mare.

Chi manda le onde? Il mare poggia in questo libro le sue fondamenta di archetipo universale. Panthalassa degli affetti che dà e toglie la vita, ciclico creatore e distruttore del mondo come il dio Shiva della Trimurti indù. Portatore di misteriosi doni che arrivano aggrappati all'onda giusta fra i miliardi di cose celate sotto il blu, generatore seriale di risacca e domande senza risposta. Buio antro notturno e luminosa trasparenza della mattina, carezza gentile sui piedi che affondano appena sul bagnasciuga e sferzata inebriante del cavallone che ti solleva e ti sbatte finché non sai più qual è il sopra e quale il sotto. Grande oceano della verità, come disse Newton. Non dorme mai e a guardarlo ci si perde.

Solo uno scrittore di mare come Fabio Genovesi poteva dire con tanta familiarità com'è profondo il mare. Rivelare segreti dell'immensità scintillante che regala agli uomini una "gran voglia di far niente e una pericolosa tendenza alla filosofia". Descrivere come se ce le avessimo davanti la forma di quelle onde "piccole e trasparenti che fanno un rumore come se in cima al ricciolo avessero tante foglie che tremano nell'aria". Il mare veglia, in questo romanzo, sul processo di crescita attraverso il dolore e la perdita. Il dolore non ha fretta e come un tentacolo avvinghia tutti i protagonisti, anche se ciascuno il dolore lo esprime (e con esso la rabbia, il senso di colpa, la frustrazione, l'umiliazione, la depressione...) a modo suo.

Confermando la fine sensibilità introspettiva del precedente romanzo Esche vive, con la freschezza dello slang che innerva dialoghi e monologhi Genovesi modella il canone linguistico sulla psicologia dei tre personaggi che si danno il cambio nel ruolo di narratori, due dei quali femminili: Sandro, Serena e la figlia undicenne Luna, ragazzina albina fragile e sognatrice. Ma decisivo e indimenticabile è il ruolo dei coprotagonisti, lo sboccato Ferro, bagnino in pensione, e lo pseudonipote Zot che viene da Chernobyl ma parla come un lord, gli amici Rambo e Marino che non sanno nemmeno di custodire un segreto, e più sfigati di così ce ne vuole davvero.

Attori non protagonisti, la provincia e il provincialismo della perla della Versilia, già messi a ferro e fuoco da Genovesi nel pamphlet Morte dei Marmi. Ostaggio dei milanesi e dei parvenu russi durante l'estate, desolato avamposto di sopravvivenza nel resto dell'anno. "La nostra vita faceva schifo" avverte Sandro fin dalle prime pagine. Tutti contro tutti senza senso, fin dalla scuola, figli e padri e padri dei padri. Quarantenni bloccati nella cameretta del liceo. Precari della vita. La fotografia dello scrittore è impietosa e magistrale. "Nonno, questo è il futuro che hai fatto te", dice un verso di Postumia degli Zen Circus, gruppo rock pisano i cui dischi sono una colonna sonora ideale - anche per la prossimità geografica alla Versilia - del romanzo di Genovesi.

Che poi è un romanzo grondante di tenerezza. Perché il più delle volte non si muore di dolore ma il problema rimane: perché ricominciare a vivere? e come? Saranno i personaggi apparentemente più indifesi e insicuri a dare una chance alla vita. Un orfano radioattivo e una ragazza tutta bianca. In quella "tempesta di schiaffi con dentro ogni tanto una carezza" scopriranno attimi di meraviglia senza verità e senza giustificazioni.

Sono carezze le onde leggere sotto un cielo tappezzato di stelle. Una statua-stele dell'antico popolo dei Luni e il tronco di un vecchio castagno. Un osso di balena e il profilo di un rinoceronte. L'abbraccio caldo del mare di notte, che non serve voltarsi per sentirlo. Sono quei momenti in cui non ha senso chiedere, ha senso solo saltare.

Fabio Genovesi
Chi manda le onde
Mondadori
394 pp., 19 euro

I più letti

avatar-icon

Michele Lauro