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Erika Bianchi, 'Il contrario delle lucertole' - La recensione

L'epica di una famiglia narrata a ritroso, con raffinata maestria introspettiva. Una lunga fiaba che commuove e consola

Il contrario delle lucertole

Il contrario delle lucertole, particolare della copertina – Credits: elaborazione digitale da © Nikki Smith/Arcangel

Ha un titolo curioso ispirato al timido sauro amante del sole e della solitudine. Una copertina calda e misteriosamente sensuale - una ragazza tutta capelli in sella a una vecchia bicicletta. Il contrario delle lucertole è un romanzo profondo e pastoso sul destino impervio di una famiglia segnata dall'eccesso di testosterone. Un'allegoria della vita che smuove il nostro lato maschile e quello femminile, riavvolgendo il tempo con una serie di flash abbaglianti anche sulla storia sociale d'Italia. Anima e cervello ne sono conquistati, in pari misura. Erika Bianchi ha raccontato di averci messo anni a trovare un editore per la sua opera seconda. Ecco dunque un altro di quei capolavori sbocciati dopo lunga trafila.

Famiglia e altri fantasmi

"La famiglia che ho scelto di non avere seppellisce l'uomo che forse era mio padre": inizia così, con un prologo intitolato Epilogo, la storia di quattro generazioni narrata a ritroso. Era il 1948 quando Zaro Checcacci, un giovane meccanico di biciclette dal ciuffo ribelle, partì dal borgo fiorentino di Ponte a Ema coronando il sogno di partecipare al Tour de France con la carovana di Gino Bartali, suo conterraneo. Un Tour leggendario, che il non più giovane campione avrebbe vinto per la seconda e ultima volta. A Dinard, sulla costa bretone, il diciassettenne Zaro festeggia con gli altri una tappa vinta dal carneade Rossello (perché Bartali gli doveva un favore) nel locale dove lavora la quindicenne Lena. 

Nove mesi più tardi nascerà Isabelle, colei che nel prologo-epilogo inquadra da lontano la discendenza di quella notte fatale, riunita per il funerale dell'anziano capostipite. Una donna dalle "radici di ulivo", larghe e tenaci, ma con un'anima inquieta, segnata dall'abbandono che le rubò per sempre il futuro. Il romanzo procede quindi a spirale, accordandosi al ritmo interiore dei tanti coprotagonisti, con uno straordinario mimetismo linguistico ed emotivo. Ogni capitolo una voce, uno squarcio su un attimo fuggente di passato. Così vibrante, carico di passione, che ogni volta si finisce per dimenticarsi del flashback. È come vedere i genitori da giovani, percepirne pensieri, desideri, paure, intermittenze del cuore.

Sogni a fondo perduto

Fedeltà e tradimento, disonore e passione, eros e sottomissione, privazione e pienezza, ribellione e dedizione, colpa e vergogna, violenza e rimorso, amore e morte si danno il cambio in un campo lungo affettivo dalle infinite varianti. Spicca per i suoi tratti drammatici - narrati con accorato realismo - la sorellanza delle figlie di Isabelle e Carlo, Marta e Cecilia. Cedendo il testimone del racconto ora all'una ora all'altra in fasi diverse dell'esistenza, la scrittrice rende partecipi del vampirismo emotivo di una figlia e sorella anoressica, vittima di una donna che "non ha saputo essere madre perché non ha saputo essere figlia".

Ma siamo lontani da ogni logica deterministica, vicini invece al cuore delle grandi contraddizioni del vivere. Troppo facile dare la colpa a chi ci mise al mondo impreparato. Marta e Cecilia sono figlie della stessa coppia ma una mangia pastasciutta e perdona tutti, l'altra passa la vita a domare le sue bestie metaboliche. Si amano, si fanno soffrire. Così il mite Jules si affanna a riaffermare l'antica supremazia della natura sulla cultura: le persone reagiscono alla vita in base al proprio DNA. Può bastare a consolare una madre che si sente sbagliata? No, come neppure la folgorante sintesi della poetessa algherese Maria Chessa Lai: "i figli che nascono / e vengono al mondo / la madre li fa / ma sono altra gente".

Da Parigi a Trastevere, la violenza dolce di un rapimento

Sullo sfondo di un percorso narrativo travolto da tali dilemmi, risaltano in questo romanzo luoghi colti in un istante fatale della loro storia: la tromba d'aria su Firenze nel 2011, l'isola di Santorini, eterna Atlantide di sogni adolescenziali, i dirupi della costa bretone, negli anni Ottanta e Novanta Roma con il suo afflato d'eternità e Parigi con la sua grandeur infreddolita, entrambe dimentiche delle utopie che aveva portato in dote la primavera di tanti anni prima, con le facoltà occupate e la febbre dell'ideale a fomentare illusioni, prima della spaccatura violenta del Settantasette con i muri marchiati dalla stella a cinque punte. 

Spicca la Toscana della ricostruzione post bellica, dominata dal mito democratico della bicicletta. Il carisma di Gino Bartali introduce alle atmosfere di un'epoca in cui bicicletta e uomo si fusero, per usare le parole del grande Gianni Brera, "fino a suscitare misteriosissime simbiosi dinamiche". Mantenendo sempre alta la tensione narrativa Erika Bianchi reinterpreta la letteratura ciclistica aggiungendovi un tocco esistenziale tutto femminile (qualcosa che mancava in un panorama italiano ricchissimo invece di grandi penne maschili, se escludiamo forse L'Agnese va a morire di Renata Viganò, un classico della Resistenza partigiana).

Fragili metafore del vivere

La bicicletta dunque simbolo di riscatto sociale e spensieratezza, fatica ed ebbrezza, libertà e disciplina, metafora dell'esistenza. Per stare in sella è indispensabile muoversi, andare avanti, "correggere un sistema di equilibri che si spezzano in continuazione" spiega Nanni, il figlio di Zaro tirato su a pane e olio di catena. Il fratello di Isabelle ha spezzato il sortilegio maligno di un padre prepotente, applicando la fisica della bicicletta alla staticità apparente della vita quotidiana, cioè diventando un uomo affidabile, gentile, premuroso pur nel mezzo delle tempeste, addirittura vegliando Zaro fino alla fine e nonostante tutto. 

Il contrario delle lucertole, dice Cecilia, siamo noi che quando perdiamo un pezzo di coda non solo non ci ricresce, ma continua a farci male. Le favole della buonanotte narrate da Carlo, padre etologo di Marta e Cecilia, sono il tesoro che fra un capitolo e l'altro permettono al lettore di prendersi ogni tanto un respiro. Il colibrì e il pinguino, l'ippocampo e l'emù, il pesce pagliaccio e l'ostrica. Storie di coppia del mondo animale a confronto con coppie umane. Pagine colme di stupore e tenerezza, come sempre succede quando immaginiamo di guardare la realtà con gli occhi di un bambino.

Erika Bianchi
Il contrario delle lucertole
Giunti
312 pp., 16 euro

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