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Ebook: il libro di carta vivrà... finché faremo l'amore

La rivoluzione digitale è già alla portata di tutti. Ma il virtuale non sostituirà l’odore delle pagine stampate, il calore di un’amicizia, la passione dell’eros

Immagine tratta dal libro d’arte "Codex Seraphinianus" (Rizzoli) di Luigi Serafini

Partiamo dai libri. Università Cattolica, Milano, un pomeriggio di lezione come tanti altri: accanto al docente, un esperto di virtualità, amministratore delegato del più grande store indipendente di ebook in Italia. Il digitale ha disincrostato la cultura, i libri sono alla portata di tutti, averne uno in pochi secondi sul proprio monitor è la rivoluzione di questi anni. Studenti, esultate, almeno una l’avete sottomano, di rivoluzione. Ma gli studenti, si sa, sono fatti per protestare: "Vogliamo il profumo della carta!". L’ospite è interdetto. Peraltro gli studenti sono di lettere: gente fuori dal mondo, si sa, ma anche potenziali scrittori, editor, librai. Tutti mestieri in via di estinzione, secondo i seminari più avanzati sul tema: le librerie rimarranno solo vetrine negli aeroporti, dice uno studio olandese di due anni fa, l’autopubblicazione eliminerà editori e agenti e i libri si scriveranno da soli, autogenerati da software 4.0.

E invece questi studenti che ancora hanno conosciuto il profumo della carta lo pretendono in camera, dicono, da annusare nella libreria sopra il letto prima di dormire. Se lo aspettano quando il libro è nuovo, ché ha un odore diverso, e a volte addirittura lo comprano in base all’odore. Valori da riflusso, lontani dai magma concettuali in cui si sono incistati i detrattori del digitale, valori da corpo sciolto. Sta di fatto che, 6 mesi dopo quella lezione, al Salone del libro di Torino, a chi si avvicina agli ebook del suddetto store indipendente, viene regalata una boccetta di plastica vuota. Contiene «il profumo della carta», dice l’etichetta. Finché ci saranno generazioni che il profumo della carta se lo ricordano, lo desidereranno. Brutta cosa, i ricordi. Hanno questa maldestra tendenza a fissarsi sulla realtà.

Passiamo agli scrittori. Dice Glenn Cooper, uno da 3 milioni di copie, quello della Biblioteca dei morti (Editrice Nord, 430 pagine, 13 euro) e i suoi seguiti: "Quando trovo un libro che mi sembra utile, lo compro in ebook. Mi arriva in 10 secondi. Ma uso il digitale solo come anteprima. Se il libro è interessante, ne compro una prima copia che sottolineo e uso per le ricerche. Poi una seconda, che conservo intonsa in biblioteca. Per i libri ci vuole rispetto". Intende i libri fisici... "Perché, esistono libri non fisici?" risponde Cooper.

Libro digitale è un ossimoro. Libro cartaceo una ridondanza. A pensarci, lo spleen del reale diventa allora un’esilarante assurdità: come diciamo "biologico" per conferire alla natura una naturalità ontologica, diciamo "analogico" per dare alla realtà una dignità terminologica. Vogliamo, insomma, rassicurarci: esistiamo, anche se ci trasformiamo fino quasi a non riconoscerci più. Lo schermo virtuale si sovrappone al reale, mica lo cancella. Siamo come bambini: se ti metti un velo davanti al volto, pensano che tu sia sparito.

Amiamo il virtuale, lo idolatriamo, a tratti. Ma forse che non se lo merita? Il virtuale ci dà grandi soddisfazioni. Ci accompagna dappertutto, in ogni minuto, e le sue sirene ci gratificano enormemente più del reale. Checché ne dica la polizia postale, è un porto sicuro, e se ci manipola chi se ne frega: ci crediamo così intelligenti da sapere manipolare meglio noi lui. Ci fa regali di sapore mitologico: l’ubiquità, l’onniscienza, la microfama. Siamo famosi, nel circuito che abbiamo creato sui social network. Abbiamo dei fan, pochi o tanti che importa? È gente che "ci segue". Che vuole sapere che cosa pensiamo. "Piscio, dunque penso" dice Jean Clair ne L’inverno della cultura (Skira, 112 pagine, 16 euro). "Incontinenza dell’io. Prostata delle civiltà stanche. Catastrofe". Ma più avanti, però: "L’artista lascia dietro di sé degli oggetti ai quali si attribuirà, probabilmente con un po’ di leggerezza, la virtù dell’immortalità; sono comunque oggetti che, privi di qualsiasi utilità, senza alcuna destinazione d’uso, usciti dal circuito commerciale, sono testimonianze uniche e incomparabili nella loro fragilità e vulnerabilità, in questo senso impregnati, come i vasi di Babilonia, di una certa sacralità". Non si può forse dire la stessa cosa, con le stesse parole, dell’amore?

L’arte virtuale, l’amore virtuale, l’amicizia virtuale e persino gli ebook non vinceranno la battaglia con il reale perché semplicemente non esistono. Finché avremo un corpo, per quanto malandato, governeremo sul senso del bello e sceglieremo a chi o a che cosa attribuire l’origine delle cose: "La mia principale consolazione in quest’anno che ho vissuto morendo è stata la presenza degli amici" scrive lo scomparso giornalista Christopher Hitchens in Mortalità (Piemme, 112 pagine, 12 euro). L’ultima profezia del fondatore del movimento cyberpunk, Bruce Sterling, famoso perché di solito ci azzecca, è che le nostre idee su ciò che abbiamo saranno sempre più fragili: mettiamo le foto ricordo su quelle che oggi vengono chiamate "nuvole", in rete. Ci fidiamo, ma l’unico strumento di archiviazione valido rimane la pellicola. La realtà sopravvive, è la tecnologia a estinguersi, chiarisce Sterling: "Le stampanti 3D hanno un potenziale rivoluzionario, ma le rivoluzioni non hanno bisogno di tecnologia per realizzarsi: pensate al 1968, al 1989. O alla primavera araba del 2010".

Il rischio, piuttosto, è che, avvinazzati dalla virtualità, non ci si applichi più a comprendere la struttura che sottende alle azioni analogiche ovvero reali. La scelta di studiare scienze umane ha subito un crollo in tutto il mondo occidentale, a favore della concentrazione sulle tecnologie. Come potremo insegnare ai cyborg a fare l’amore se non sappiamo che cosa contiene la nostra "vagula blandula" anima astrusa?

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