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Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie

Un ideale di libertà lega una generazione di donne esposte alle ritorsioni del sistema mafioso. Occupano posti importanti nel mondo dell'imprenditoria e della stampa, dell'associazionismo e dell'amministrazione pubblica. E hanno deciso di andare fino in fondo

Al nostro posto, particolare della copertina

Dicono le statistiche che in Italia la leadership femminile è in aumento. Siamo ancora fanalino di coda in Europa ma all'orizzonte appaiono i segnali di un'inversione di tendenza, per esempio il terreno fertile creato da associazioni come Valore D , impegnate a supportare e valorizzare il talento femminile all'interno delle imprese. Forti di una visione imprenditoriale connessa ai bisogni della società e spesso basata sulla cooperazione, ecco un drappello di donne ai vertici che si sono riproposte di ripartire da capo, ribaltando le fondamenta di un sistema mafioso trasversalmente radicato nei gangli del potere. Dalla Lombardia alla Sicilia.

"L'antimafia è donna" dice Nando Dalla Chiesa nella prefazione di Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie, reportage curato da Ludovica Ioppolo e Martina Panzarasa per Transeuropa Edizioni nella collana Margini a fuoco, i cui proventi verranno devoluti a Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie . Si può essere "contro la mafia" in molti modi. La scelta di questo libro è rendere pubblica la storia di sei donne impegnate in un lavoro molto normale (anche se genericamente associato a competenze maschili) che coincide con una quotidiana battaglia per la legalità. Donne che ci mettono l'intelligenza e la caparbietà, la passione e le buone maniere. Ma prima di tutto la faccia.

Come Maria Carmela Lanzetta e Lucrezia Ricchiuti, rispettivamente sindaco di Monasterace (provincia di Reggio Calabria) e vicesindaco di Desio (Milano), che ai vertici della pubblica amministrazione si sono trovate esposte ai nuclei di potere della 'ndrangheta, tra abusivismi edilizi, indifferenza generalizzata, intimidazioni e ritorsioni. Convivono con la tensione, il dolore, la paura. Ti rovinano la vita, ammette Lanzetta a cui hanno bruciato la farmacia di famiglia, ma la paura "non ti esime dal fare le cose che devi fare".

Le cose che devi fare. Mi colpisce la persistenza della parola "normalità" in queste vite vissute tra speranza e paura. Perché tacere, si domanda Cinzia Franchini, presidente nazionale della Unione nazionale autotrasportatori, di fronte alle infiltrazioni palesi, alle estorsioni mascherate divenute prassi, alle minacce quotidiane? La normalità di fare un bel lavoro: così definisce le sue inchieste sulla mattanza dei Casalesi Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino finita sotto scorta dopo gli "avvertimenti" dei clan. Nel denunciare lo strumento della querela come mezzo di intimidazione verso i cronisti d'inchiesta, conclude comunque dicendo che il suo "non è giornalismo antimafia. È giornalismo come dovrebbe essere".

Perfino nella combattiva Maddalena Rostagno, che ha dovuto duramente lottare per il diritto alla verità nel lungo processo del padre Mauro, prevale il desiderio di "rimettere le cose in ordine". Senza scorciatoie, come dice Valentina Fiore, direttrice del Consorzio Libera Terra Mediterraneo e pasionaria della cooperazione: l'impresa usata come strumento di cultura legalitaria, come una bilancia tra economia e sociale.

Ci sono tanti modi di avere coraggio e uno di questi è ribellarsi al refrain per cui la vera forza della mafia sta fuori dalla mafia. La scelta di leggere questo libro è dunque anche un atto di consumo critico. Conforta sapere che fuori dai riflettori, nella comunità di persone dai valori indiscutibilmente condivisi che qualcuno chiama ancora società civile, c'è chi lavora per cambiare il mondo.

Ludovica Ioppolo, Martina Panzarasa
Al nostro posto. Donne che resistono alle mafie
Transeuropa edizioni
pp. 107, 10 euro

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