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La democrazia in Europa, il libro di Mario Monti e Sylvie Goulard

Un manifesto per rilanciare l'Unione con più dialogo fra Parlamento e Consiglio e soprattutto più fiducia

(Credits: ANSA / OLIVIER HOSLET)

Il 10 dicembre il Premio Nobel per la pace verrà consegnato a uno Stato costruito male, senza un popolo che si senta tale ma con un futuro possibile e necessario anche se ancora tutto da inventare. È l’Europa, nel “racconto” che il presidente del Consiglio Mario Monti fa con l’eurodeputata francese Sylvie Goulard nel libro La democrazia in Europa (Ed. Feltrinelli) una sorta di manifesto-appello che non rinuncia a sottolineare gli errori compiuti nel cammino di unificazione continentale, ma sostiene con convinzione la necessità di proseguire in quella direzione con rinnovata determinazione.

Rifondare l’Europa è un’operazione difficile, si ammette, ma inevitabile nell’interesse di tutto il mondo. Quindi, la parola d’ordine è mantenere la rotta, anche se sono in molti a Bruxelles e nelle capitali europee a spingere verso pericolose manovre diversive.

La Democrazia in Europa è uno sguardo verso il futuro, con animo preoccupato ma sentimento positivo. Un avviso finale nel libro dice che “le opinioni formulate non rivestono carattere ufficiale”. D’accordo, le istituzioni lasciamole fuori, ma quel che si legge è molto utile per conoscere e capire meglio il pensiero del premier tecnico, anche a futura memoria, in vista delle prossime tornate politiche. L’Europa non sta bene, questo è fuor di dubbio. «La situazione è grave ma non è seria, come dimostra il gran numero di vertici dell’ultima spiaggia». Si concede anche qualche battuta Monti, che con la pugnace Goulard (andate a rivederla nel simulato battibecco sulle donne nel governo europeo a “Che tempo che fa…”), insiste sui problemi della democrazia, sull’efficacia delle decisioni prese, sulle sperequazioni sociali, sulla necessità di trovare nuove motivazioni perché la pace non è più sufficiente ma gli 80milioni di europei che vivono sotto la soglia di povertà sì che sono sufficienti a sentire il dovere di una nuovo progetto comune.

Se una grande speranza è andata delusa, se la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita e di occupazione non è stata mantenuta, una ragione c’è. «La Ue non è un Paese ma un processo di integrazione. Non è uno Stato ma un moto», scrivono gli autori. «E questo spiega anche la sua fatica nella lotta contro la crisi». Ma c’è poco da cincischiare, il tempo a disposizione è sempre meno. La questione non è se l’euro riuscirà a sopravvivere. «Gli europei hanno capito come sta cambiando il mondo?», è la domanda diretta soprattutto a chi li rappresenta. «Anche se la moneta unica dovesse fallire, bisognerebbe subito pensare a un’altra costruzione. È un’illusione pensare di poter tornare indietro agli stati nazionali». E con uno slancio ulteriore Monti&Goulard alzano la palla: «La crisi dell’Eurozona pone una domanda terribile: è davvero possibile governare il mondo? Dipende dalla risposta che l’Europa saprà dare».

Questa risposta richiede equilibrio e visione allo stesso tempo. Realisticamente, si sostiene nel libro, non resta che lavorare all’interno del quadro esistente. «Non si possono continuamente ridiscutere trattati senza una visione forte e condivisa». I cantieri proposti sono diversi. Bisogna cambiare mentalità, perché «lo spirito di negazione sta uccidendo l’Europa», e «affrontare a viso aperto i nazionalismi». Insomma, bisogna fare gli europei e per raggiungere questo obiettivo va usata Internet ma si propone anche di creare un centro di ricerca e di formazione, sul modello del College de France, da insediare a Strasburgo, al posto del Parlamento europeo. Una mezza rivoluzione, dura da far digerire ai francesi. Il trasloco migliorerebbe il lavoro dei deputati, avvicinandoli al Governo comunitario. Un modo questo per raggiungere un altro obiettivo: migliorare il lavoro del Consiglio europeo senza modificare i trattati ma aumentando il dialogo con i votati dagli elettori e la trasparenza delle decisioni. Si sente un sottile richiamo a Van Rompuy…

Lasciata pochi mesi fa alle spalle l’illusione della casa in ordine (“credere che lo stato di salute dell’euro dipenda esclusivamente da come ciascun governo si comporta in patria”), siamo adesso in mezzo al guado. Conservare le istituzioni create negli anni 50 e cercare di farle funzionare al meglio o pensare a una evoluzione profonda per dare, almeno all’Eurozona, un governo e un presidente? «Non si può escludere alcuna ipotesi», scrive Monti. «Ma è inutile continuare ad attaccare il regime attuale senza poi volersi spingere oltre». Le incertezze sul bilancio, si ricorda nel libro, sono l’ultima prova delle difficoltà che ci attendono.

Ma non si sfugge: «Finché l’Unione Europea – o quantomeno l’Eurozona – non disporrà di un bilancio significativo e resterà dipendente dai contributi nazionali negoziati dai governi secondo il principio del giusto ritorno, l’euro sarà privato di un pilastro indispensabile alla sua stabilità». C’è quindi di che preoccuparsi ma senza esagerare, non buttiamoci troppo giù. Molto meglio reagire. È la dimensione psicologica della crisi: «Il futuro dell’Europa dipende dalla sua capacità di non perdere la fiducia in se stessa», prevede Monti. «L’Europa deve smettere di autoflaggelarsi al minimo pretesto fino a perdere coscienza di ciò che ha già realizzato e che resta ineguagliato». Il libro è attraversato dall’invito a confrontarsi, a fare, a trovare le occasioni per sottolineare più le affinità che non le divergenze. Le scelte di questi giorni su Palestina e Onu non lasciano ben sperare . E neanche il Nobel. Chi andrà a Stoccolma per ritirarlo?

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