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Dag Solstad, 'Romanzo 11, libro 18' - La recensione

Il dramma da camera di un "cronografo del proprio tempo", l'Ibsen contemporaneo che piace a Murakami

Romanzo 11, libro 18

Romanzo 11, libro 18, particolare della copertina – Credits: John Register

Bisogna affrontare uno spaesamento emotivo coi libri di Dag Solstad, icona della letteratura scandinava contemporanea. A me piace accentuare la sensazione d'estate, quando la bolla della calura urbana rende indefiniti i contorni. L'immaginazione si confonde con l'allucinazione pensando ai paesaggi innevati di Konsgberg, Norvegia centrale, dov'è ambientato Romanzo 11, libro 18, uscito in patria nel 1992 e ora finalmente tradotto da Maria Valeria D'Avino per Iperborea, l'editore milanese che sta facendo scoprire in Italia questo radicale interprete della società occidentale ricca e privilegiata, svuotata di aspirazioni e spiritualmente nulla.

Preordinato, banale, assurdo: il copione della vita

Dunque abbiamo un titolo misterioso, un interno alla Ingmar Bergman in copertina, un flusso ininterrotto di pensieri (nessuna suddivisione in capitoli, pochi i capoversi, pochi anche i dialoghi) a raccontare in terza persona la storia di Bjorn Hansen. Il classico uomo qualunque dell'età di mezzo, ceto medio urbano-borghese, mediamente colto e con una carriera ben avviata decide di mollare moglie e figlio di due anni per seguire in provincia la sua amante. Si rifà una vita accettando di buon grado un posto da burocrate sottodimensionato, coltiva con la compagna l'hobby del teatro e cova un'angoscia assai letteraria: si può consumare la vita all'inseguimento di qualcosa destinato a dissolversi?

Bjorn rimane da solo a rimuginare un piano rivoluzionario e assurdo per reimpossessarsi del proprio destino. Alla fine lo metterà in pratica sfruttando l'occasione di un viaggio in Lituania e con la complicità con un medico tossicodipendente. Ma il vero plot, si capisce, è il teatro esistenziale che si consuma pagina dopo pagina attraverso il lungo dialogo interiore del protagonista. Come un urlo munchiano dentro un quadro di Mondrian, soffocato dall'incomunicabilità dei rapporti umani, questo romanzo replica nella sua struttura rigorosamente geometrica la logica follia della società: un meccanismo dal funzionamento impeccabile dentro cui si annida un malessere insensibile perfino al welfare. 

La Scandinavia è un altro mondo, viene la tentazione di pensare alle nostre latitudini senza più ghiacciai. Ma allora perché questo disagio, perché non considerare Romanzo 11, libro 18 un puro esperimento surrealista? Perché in ognuna delle sue tre sezioni c'è un tipo umano che ci somiglia, se non oggi magari un giorno. E c'è una meditazione senza scampo sulla crisi interiore della nostra Babilonia, come l'ha chiamata Yasmina Reza - altra raffinata interprete della contemporaneità - nel suo ultimo romanzo. L'età di mezzo guarda il fantasma della propria indifferenza sognando una vita senza direzione, o almeno una scintilla per sfuggire all'omologazione. Tanto più assurda quanto più convincente, come nella Notte del professor Andersen e negli altri romanzi di Solstad.

Solitudine, la malattia dell'uomo contemporaneo

Nella prima sezione di Romanzo 11, libro 18 colpisce l'infedeltà "concettuale" del protagonista, il quale viene irretito dall'avventura più che dall'amante. Eppure la scelta di seguire l'istante senza scopo non gli fa perdere nemmeno in quell'istante la temeraria consapevolezza della sua impossibile durata. La disamina della solitudine di un uomo "al fianco di una bellezza sfiorita" è velenosa, glaciale. Mentre parteggiamo per Turid, la donna che continua a usare le medesime tecniche di seduzione senza accorgersi che il tempo è scaduto e gli uomini fanno solo finta di essere conquistati, viene da chiedersi: ma è più spietata la natura o l'essere umano? E lo scrittore è uno stronzo maschilista oppure ti sta solo mettendo in guardia dall'insensatezza, dal tempo che divora tutto?

Nella sezione centrale il figlio di Bjorn irrompe improvvisamente sulla scena, trasferendosi a Konsgberg per frequentare l'università. Padre e figlio hanno una chance per conoscersi e amarsi ma finiranno miseramente - e inesorabilmente - per ri-conoscersi (geneticamente simili?) e allontanarsi di nuovo. Nessuna colpa, né condanna. Solo la maledetta solitudine. A Bjorn Hansen non piace quell'adolescente che si aggrappa alla vita, schivato dai coetanei. Il ventenne Peter avrebbe potuto forse parlare chiaro, dire "accettami per quello che sono". Ma avrebbe fatto qualche differenza, si chiede il narratore. La distanza resta e resterà incolmabile. 

La frantumazione della durata, il gelo comunicativo, l'ossessione per il controllo, il dominio del cervello sul cuore. E dall'altra parte la ripetizione, l'allegoria, il comico e il paradosso, il flusso di coscienza come liberazione della dimensione inconscia. Nell'ultima sezione viene fuori l'essenza del nichilismo di Dag Solstad. Uno scrittore inattuale, epigono del decadentismo novecentesco che non a caso costituisce anche il bene-rifugio di Bjorn Hansen: la letteratura. Vale per lui quello che James Joyce confessò in una lettera al figlio George, nel 1935: dopo aver "scrutato nel nulla" per più di mezzo secolo, posso dire di aver trovato "un bellissimo niente".

Per approfondire

La notte del professor Andersen - La recensione
Babilonia - La recensione

Dag Solstad
Romanzo 11, libro 18
Iperborea
192 pp., 16,50 euro

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