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Come Marchionne ha salvato la Chrysler e ucciso la Fiat

Nel libro-inchiesta "American Dream" di Marco Cobianchi, giornalista di Panorama, mette sotto al naso fatti, osservazioni e dati che dimostrano come i problemi della Fiat inizino, di fatto, ora

Sergio Marchionne, ad di FCA – Credits: GettyImages

Ci sono due modi di parlare della Fiat. C’è quello timoroso, che spesso si trasforma in piaggeria, e quello che trasuda ostilità e diventa ideologia. Poi c’è il terzo modo: quello dell’analisi dei fatti, dei numeri, delle promesse fatte e di quelle mantenute. Quest’ultimo modo si chiama “inchiesta” e nel mondo del giornalismo è un genere poco praticato. Marco Cobianchi, giornalista di Panorama, lo applica al giornalismo economico, ed è uno dei pochi che lo fa. Il suo ultimo libro trasuda di dettagli, particolari, piccoli aneddoti, che, insieme all’analisi dei bilanci, degli 8 piani industriali prodotti in 9 anni, delle migliaia di dichiarazioni di Marchionne da quando è stato nominato comandante in capo della Fiat, danno il più preciso quadro possibile del vero stato di salute del gruppo. E, soprattutto, spiegano perché la fusione con la Chrysler, che Marchionne intende realizzare entro l’anno, si rivela una fonte di enormi problemi per le fabbriche italiane.

Il libro si intitola “American Dream” (Chiarelettere, 160 pagine, 13 euro) e sbarca in libreria pochi giorni dopo la storica conferenza stampa di Detroit durante la quale Marchionne ha prospettato il futuro del gruppo Fca (Fiat Chrysler Automobiles) dopo l’acquisizione del 100% della società americana. Il giorno dopo quella conferenza stampa il titolo della Fiat è crollato alla Borsa di Milano di quasi il 12% (per poi riprendersi moderatamente il giorno dopo). Quel crollo è comprensibile solo dopo aver letto “American Dream” e le pagine che raccontano di come la Fiat, negli ultimi 10 anni, si sia retta grazie ad aiuti di Stato, rottamazioni, annunci e promesse realizzate solo in parte. In minima parte.

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“American Dream” ha una particolarità: come ogni lavoro di Marco Cobianchi (che è anche l’autore di “Mani Bucate”, l’unica inchiesta sul fiume di soldi pubblici alle imprese private dal quale Francesco Giavazzi ha pescato a piene mani per redigere il suo rapporto sui tagli ai sussidi) non parte da una tesi: ha solo conclusioni. Non vuole convincere il lettore: gli mette sotto al naso solo fatti. È il lettore che, alla fine, decide. Certo, anche Cobianchi tira le sue conclusioni, ma lo fa a partire dall’osservazione, non dalle teorie. Una delle conclusioni, ad esempio, riguarda lo stabilimento Fiat di Pomigliano. Oggi in quello stabilimento, dove si è tenuto un referendum sulle modifiche al contratto nazionale chieste dalla Fiat contro le quali la Fiom (da sola) fece campagna per il no, lavorano 300 persone in più rispetto a prima della vittoria dei sì al referendum. È un fatto: la Fiom ha sbagliato. Ser avesse vinto Pomigliano sarebbe chiusa e l’alternativa per quegli operai sarebbe stata la camorra.

Alla fine l’impressione è che ci si trovi di fronte ad un manager geniale, che è riuscito a comprare la Chrysler facendola pagare ai contribuenti americani; che è riuscito a incassare aiuti di Stato a valanga passando però per il manager tutto d’un pezzo; che ha ottenuto ben 5 anni di rottamazioni in Italia e uno (il primo della storia) negli Usa dove ha praticamente raso al suolo il potere di rappresentanza dei sindacati. Un trattamento rispetto al quale quello riservato alla Fiom è acqua fresca. Ma, soprattutto, i numeri che Cobianchi mette in fila uno per uno dimostrano una cosa: non c’è alcuna multinazionale americana che accetterebbe che 5 delle sue fabbriche, concentrate in un solo Paese (l’Italia) operanti nel mercato più difficile del mondo (quello europeo) perdano, come hanno fatto nel 2013, 911 milioni di euro mentre la parte americana del gruppo guadagna 1,8 miliardi. Ecco perché i problemi per gli stabilimenti italiani della (ex) Fiat iniziano ora.

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