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Gli azzurri ai Mondiali e la biografia di Cabrini

Tra le tante proposte sul tema si distinguono per originalità "Campioni, quattro volte mondiali" e "Non aver paura di tirare un calcio di rigore"

– Credits: Getty Images.

Fuori dagli schemi, ma assolutamente in tema, sugli scaffali delle librerie si trovano in questi giorni due libri per chi vuole vivere i Mondiali anche a televisore spento. Il primo, "Campioni, quattro volte mondiali" (di Sergio Meda, Edizioni del Capricorno), è una sorta di enciclopedia fotografica che riepiloga le 19 edizioni dei Campionati del mondo di calcio, da Uruguay 1930 a Sudafrica 2010, con particolare attenzione all’Italia che si è aggiudicata ben quattro volte il titolo; il secondo, “Non aver paura di tirare un calcio di rigore” (Bur Rizzoli Varia), è invece l'autobiografia in cui Antonio Cabrini racconta se stesso, il calcio e l’esperienza vincente in Spagna.

"Campioni, quattro volte mondiali" racconta il romanzo del calcio per nazioni attraverso le foto tratte dall’archivio dell’Ansa, con ulteriori contributi di fotoreporter italiani e stranieri e un corredo, sintetico ma efficace, di testi che riepilogano, edizione dopo edizione, le curiosità e i contesti politici e sociali che hanno segnato le diverse edizioni. Una sorta di album dei ricordi che riepiloga immagini che vanno dagli anni Trenta del Novecento al passato più prossimo, quello di Sudafrica 2010, in una carrellata di squadre e singoli protagonisti. Senza trascurare le vicende in chiaroscuro che hanno a volte contraddistinto il percorso delle formazioni di casa.

Particolare attenzione è poi ovviamente dedicata ai quattro Mondiali vinti dall’Italia. Passo dopo passo, dai Meazza e i Piola del condottiero Vittorio Pozzo si arriva al Mundial spagnolo di Enzo Bearzot e Paolo Rossi, fino al gruppo inossidabile di Marcello Lippi, capace di andare nel 2006 oltre gli avversari e i veleni di Calciopoli. Non mancano le edizioni sottotono, in chiave azzurra: gli anni difficili del dopoguerra, con spedizioni fallimentari e un’infinità di polemiche, la rinascita di Mexico '70 e il leggendario 4-3 contro la Germania, "el partido del siglo" non soltanto per noi; e ancora le delusioni degli anni Ottanta e Novanta, fra rigori sbagliati e squadre non sempre all’altezza...

In “Non aver paura di tirare un calcio di rigore” Antonio Cabrini sintetizza invece il suo credo calcistico in un interessante volume che ospita undici parole-chiave: si comincia con passione, si prosegue con gioco, talento, fatica, ascolto, istinto, paura, tenacia, mentalità, lealtà e stile. Ciascuna parola dà luogo a un capitolo, che viene poi chiuso da un’analisi interpretativa frutto degli interventi dei mental coach che forniscono una lettura psicologica del tutto. Cabrini si racconta a cuore aperto, ogni spunto riflette episodi e personaggi che hanno attraversato e segnato la sua vita di calciatore e di uomo, a partire dagli allenatori. Si scoprono i meriti di Babbo Nolli, l’uomo che per primo a Cremona gli diede fiducia e lo valorizzò, le straordinarie lezioni di Giovanni Trapattoni - epici i suoi discorsi nello spogliatoio - e l’umanità di Enzo Bearzot ai Mondiali di Spagna dell'82. Non a caso il titolo del libro fa esplicito riferimento al penalty malamente tirato a lato da Cabrini nel primo tempo della finalissima di Madrid contro la Germania, cui seguirono nell’intervallo le parole del ct friulano: "Cabro, non hai capito che adesso, dopo il tuo errore, questa partita non la perdiamo più?".

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