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Borsellino, vent'anni fa il vile agguato

Il 19 luglio 1992 moriva a Palermo il giudice siciliano da anni impegnato nella lotta a Cosa Nostra. Un saggio di Deaglio ripercorre i misteri e le zone d'ombra di un attentato ancora da chiarire

La copertina del libro di Deaglio

Venti anni esatti. Il 19 luglio 1992 moriva a Palermo in un attentato Paolo Borsellino. Tra scritti, cerimonie e testimonianze, abbiamo deciso di ricordarlo anche con un breve estratto di un saggio, da poco pubblicato da Feltrinelli e intitolato Il vile agguato . Lo firma Enrico Deaglio e prova a indagare la vicenda, per la gran parte ancora oscura, dell'assassinio del magistrato siciliano.

di Enrico Deaglio

La prima immagine è un particolare della grande tela. Tutto è racchiuso in uno spazio di trenta metri di lunghezza e dieci di altezza. È un’inquadratura cinematografica, non c’è profondità di campo; tutto è anzi piuttosto schiacciato. Il giudice è arrivato con la sua scorta in via Mariano
D’Amelio, dove abita l’anziana madre. Sono tre macchine in tutto, imbottite di qualche quintale di metallo nelle portiere, con i vetri resi anch’essi pesantissimi, che viaggiano nervose, ruggendo, perdendo olio, quasi toccando l’asfalto, spesso facendo scintille, tirando la prima fino a cento all’ora, con sirene laceranti. E uomini armati che, sporti dai finestrini, agitano mitragliette per fermare il traffico al loro passaggio. Dicono che queste macchine siano ordigni testati per resistere anche a un colpo di bazooka.

A Palermo sono il simbolo dello stato; ed è un simbolo paradossale, perché mostrano, infatti, lo stato che non è padrone del territorio; anzi, un intruso. La gente, il popolino, ma anche la piccola borghesia, e anche quella grande – insomma, un po’ tutti –, si lamenta dell’arroganza
delle scorte. Dieci anni prima, nel 1982, un generale dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, arrivato a Palermo come prefetto con “ampi poteri” contro la mafia, si era opposto a questa umiliazione.

Viaggiava con una piccola utilitaria, una A112, guidando di persona e tenendo a fianco la giovane moglie milanese. Cosa nostra aveva ringraziato
questo suo ottimismo, questa sua sfida risorgimentale, uccidendo lui e la moglie con maggiore facilità del previsto. Ecco il convoglio che arriva rombando nella breve via Mariano D’Amelio. La scorta conosce bene l’indirizzo e sa come muoversi. Sono quasi le 17. Borsellino lascia la borsa
sul sedile posteriore della sua Fiat Croma blindata – dentro ci sono un’agenda, delle carte processuali e un costume da bagno –; l’autista Antonio Vullo parcheggia. Dalle altre due macchine del convoglio scendono gli agenti della sua scorta. Sanno quello che devono fare: essenzialmente
circondare il corpo del giudice, come una corazza o uno scudo umano. Se un cecchino sparasse con un fucile di precisione (nella mafiosissima città di Reggio Calabria ci sono state tre uccisioni compiute da un cecchino che ha sparato da trecento metri di distanza, dicono sia
un superkiller a contratto, venuto dall’Est), morirebbe uno di loro, ma non lui.

C’è da fare solo una ventina di metri, la testuggine umana li fa di corsa, Borsellino schiaccia (“ammacca”, come dicono i palermitani) il pulsante del citofono dove è scritto “Fiore-Borsellino” e in quel momento scoppia la bomba. L’autista di Borsellino è uno dei pochi a vedere, ma solo per una frazione di secondo. Sbalzato, ferito, nella Fiat Croma, ricoverato incosciente in ospedale, sarà l’unico a sopravvivere. Muore Paolo Borsellino, muore il caposcorta Agostino Catalano, muoiono Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi. Quest’ultima, ventiquattrenne di Sestu, in provincia di Cagliari, è la prima donna poliziotto a essere uccisa in servizio.

Appena cinquantasei giorni prima, sull’autostrada per Punta Raisi, insieme a Giovanni Falcone e a sua moglie Francesca Morvillo erano stati uccisi i poliziotti Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Si era salvato l’autista Giuseppe Costanza. Ed erano rimasti feriti gli agenti Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello, Angelo Corbo. In due spettacolari e – per lei – rischiosissimi attentati, in meno di due mesi Cosa nostra ha dunque ucciso tre
magistrati e otto poliziotti; ne ha feriti cinque. Lei invece non ha avuto perdite. A Capaci si è alzata l’autostrada come un’onda di pietra, ma nessun estraneo si è fatto male.

In via D’Amelio sono saltati tutti i vetri di un palazzo di dieci piani, si è sollevato l’asfalto, si sono gonfiati i muri, decine di persone sono rimaste ferite per essere state sbalzate o tagliate, ma nessuno è morto. Nessun condomino, nessun ragazzino, nessun passante. Cosa nostra non ha
da chiedere scusa a nessuno, è una sovrana rispettosa dei suoi sudditi. I danni all’edificio saranno rimborsati dal comune di Palermo. Lo stato italiano è fatto così: a Cosa nostra non presenta mai il conto; ma per i disagi causati ha creato un apposito “fondo”.
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano

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