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Benjamin Markovitz, 'Un gioco da grandi': quando il basket è una Musa

C'è sempre qualcuno più bravo di te. In campo come nella vita. La storia vera (o quasi) di un ragazzo che non diventerà un campione ma sta diventando uomo

Un gioco da grandi, particolare del disegno di copertina

Non è indispensabile amare il basket per apprezzare Un gioco da grandi , però aiuta. "Il basket è un'altra cosa" diceva con una sentenza divenuta celebre Seymour Levov, protagonista di Pastorale americana di Philip Roth. È lo sport di squadra perfetto. Il più sensuale. Cerchio rettangolo quadrato, le sue geometrie sono archetipiche. Dieci giocatori che si sudano addosso in spazi ristretti cercando di liberare in un gesto ora la grazia ora la potenza ora il genio. Il più imprevedibile. E come il sesso, per usare le parole di David Foster Wallace, la bellezza cinetica del basket ti riconcilia con il fatto di avere un corpo.

A vent'anni il basket è la vita di Ben Markovitz, marcantonio di due metri che abita in Texas - madre tedesca e padre ebreo americano di origini bavaresi -. O meglio, gli piace anche scrivere ma a quell'età chi si è mai guadagnato da vivere scrivendo? Manda in giro un video amatoriale in cui tira, entra e schiaccia, tutto da solo, e riesce a ottenere un contratto. A fine estate sbarca a Landshut, mezz'ora di treno da Monaco di Baviera, con un posto nella squadra locale che milita in seconda divisione. Soprannome: gli Yogurt.

Un gioco da grandi è il racconto in prima persona di quell'esperienza formativa. A partire dal nome del suo eroe, l'autore Benjamin Markovitz vi mischia sfacciatamente autobiografia e fiction, fedele al motto di Byron citato in incipit: "La pura invenzione non è che il talento di un bugiardo". Markovitz ha un modo di scrivere semplice e apparentemente sotto le righe. In realtà pagina dopo pagina costruisce un sottile climax che culmina nell'avvincente cronaca della partita decisiva.

Il complesso rapporto di quella bizzarra congrega di esseri umani che si ritrovano a dividere l'intimità di uno spogliatoio è tra gli aspetti più interessanti del libro. L'opportunista coach Henkel, lo spigoloso Olaf, il presuntuoso playmaker Charlie, Karl il predestinato, figura dietro la quale si intravede nientemeno che Dirk Nowitzki, campione NBA tedesco qui fotografato appena ventenne (ma già dominatore) alla sua prima stagione professionistica. Ha un substrato edipico invece l'amicizia con l'enigmatico Bo Hadnot, trentenne americano prima compagno e poi avversario, tiratore puro dal talento cristallino ma dal carattere bizzoso. Da un lato Ben ne subisce il fascino e si mostra riverente come vuole la differenza di età, dall'altro ne capta la frustrazione per un fallimento che non è solo sportivo ma anche esistenziale. Senza quasi volerlo, diviene l'amante della sua ex moglie e un surrogato di padre della figlia di Bo.

Come ha spiegato il narratore, questo è un romanzo sul "dolore che provano le persone quando si accorgono della differenza tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere". Le leggi dello sport sono crudeli quasi come quelle della vita. Nel basket per esempio la felicità dura quell'istante perfetto di un tiro in sospensione, quando il pallone si stacca dai polpastrelli, lo osservi in volo e pregusti (perché sai già che entrerà) lo swoosh della retina dolcemente frustata: ciuff. Il resto sono borsoni canotte pullman gradoni scatti e discorsi dei coach quasi tutti uguali, la qualità "sottomarina" dei parquet illuminati dalla luce del mattino, il rimbombo del palleggio nella palestra vuota, il brusio confuso degli spalti, l'attesa della partita come il tempo che precede il decollo, l'adrenalina dell'istante in cui ti alzi dalla panchina, le fattezze mostruose degli avversari che si presentano per la palla a due, la solitudine di un giro in lunetta, la frustrazione per una stoppata subita, il torbido mondo di proprietari sponsor e talent scout. La puzza di piscio di ogni spogliatoio di questo mondo e la battuta da caserma che prima o poi arriva.

Nemmeno la sete di vittoria può garantirti un futuro, nemmeno l'ultimo tiro andato a bersaglio. Prevedibilmente, quando il Landshut conquista la promozione per affrontare il salto di categoria il coach decide di rifondare la squadra tenendo solo un paio degli artefici. Tra gli scartati ci sono tutti i panchinari compreso Ben. Al quale però nel frattempo, durante la stagione passata lontano dal Texas, è successo qualcosa che ha lasciato il segno, pur non avendolo pienamente scelto. Quando viene tagliato, Ben ha già annusato nel pungente inverno della provincia tedesca, nelle lunghe pause fra un allenamento e l'altro, che la vita è un'altra cosa.

Ha coltivato l'altra passione che diventerà poi il vero mestiere, la scrittura. Ha cercato di approfondire le radici ebraiche della famiglia paterna. Ha ceduto all'amore imbarcandosi in una complicata relazione e facendo addirittura qualche piccolo tirocinio familiare con la piccola Franziska. Come un appassionato di statistiche, ha registrato nel piccolo mondo che lo circonda il passaggio dall'alba al tramonto che caratterizza ogni carriera sportiva come ogni storia d'amore. Se il paradiso è già perduto, Ben ha forse imparato a perdere senza sentirsi un loser, un perdente della vita. Che è la lezione più grande dello sport, a qualsiasi livello lo si pratichi.

Una passione, un'ossessione. Il basket è anche questo. Un gioco da grandi mi ha ricordato Tre volte invano di Emiliano Poddi, il cui protagonista è anch'egli un outsider, un comprimario sul campo, fino alla trance di una partita in cui apogeo e baratro convergono atrocemente. Se amate il genere ma anche i grandi campioni e allenatori, nell'ultimo paio d'anni sono state scritte pagine indimenticabili: Il basket eravamo noi , l'epopea di Larry Bird e Magic Johnson raccontata da Jackie MacMullan; Passi da gigante - La mia vita vista dall'alto , l'autobiografia di Dino Meneghin in collaborazione con Flavio Vanetti; e Basket, uomini e altri pianeti di Ettore Messina e Flavio Tranquillo: l'avventura nel mondo NBA del geniale allenatore catanese, punto di partenza per raccontare la sua filosofia dello sport e della vita.

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