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Andrea De Carlo, 'L'imperfetta meraviglia' - La recensione

Assaggiare un gelato sublime, comporre una canzone, innamorarsi: la gioia miracolosa di un momento che si dissolve

L'imperfetta

L'imperfetta meraviglia, particolare della copertina – Credits: © Andrea De Carlo

Quando esce un libro di Andrea De Carlo - scrittore che nei primi anni Ottanta con Treno di panna e Uccelli da gabbia e da voliera folgorò una generazione che non sapeva ancora di avere certe inquietudini - mi succede sempre la stessa cosa: ne soppeso le dimensioni (quasi sempre ingombranti), dò un'occhiata distratta alla copertina (sperando non sia troppo stucchevole), confronto mentalmente il titolo con i precedenti. Poi dico no, stavolta no. Poi non so come sbircio le prime righe, magari volto pagina, colgo il nome di un personaggio, mi avvolge la vibrazione di una colonna sonora già familiare. E di colpo sono dentro, sono coinvolto. Il diciannovesimo romanzo di Andrea De Carlo contiene poi nel titolo la sintesi "perfetta" dell'arte del romanzo: L'imperfetta meraviglia.

Leggere De Carlo cioè è come sentirsi a casa, ma una casa senza muri di protezione. C'è una complicità istantanea e sfuggente che fluisce, già a pagina 2, da una frase come "e Milena Migliari nei confronti degli equilibri instabili ha sempre provato un misto di ansia e fascinazione". C'è un'allitterazione ricorrente nei nomi (qui Milena Migliari, in Di noi tre Misia Mistrani: una radice inconscia di Milanesità?). Ma soprattutto c'è fin dal principio l'idea un po' ossessiva di quanti bivii non presi, quante potenzialità irrealizzate, quanti talenti inespressi formino quell'arcodamore che chiamiamo vita. Ben più delle scelte che abbiamo compiuto. Mentre potrebbe bastare uno scatto per riprendersi in mano il destino.

Ma poi tutto evapora in una fenomenologia esistenziale la cui unica cartina di tornasole sono le relazioni. Perché tutto è nella relazione, aveva già intuito Italo Calvino ai tempi di Treno di panna. Eppure trentacinque anni dopo De Carlo ancora sa correre il rischio di "scoprire che dentro potrebbe esserci il vuoto": ovvero un'imperfetta meraviglia. Per farlo si affida al punto di vista di due voci che più diverse non si può. Una artista del gelato che ha trovato in Provenza la sua incerta realizzazione professionale nonché una presunta stabilità affettiva, e una rockstar ancora sulla cresta dell'onda, seppure gli anni migliori siano ormai alle spalle. In comune hanno la sensazione di essere persone sbagliate o comunque irregolari, una vaga propensione all'integrità artistica e soprattutto il fatto di trovarsi nello stesso luogo nello stesso momento.

Se ci vuol poco a rompere un equilibrio instabile, narrativamente parlando L'imperfetta meraviglia ha una dimensione istintiva dentro un ritmo musicalissimo. Simile a una suite in vari movimenti, accoglie situazioni e personaggi bizzarri, intensi paesaggi interiori ed esteriori, flussi di coscienza, esperienze di confine come l'estasi sensoriale di un cucchiaino di gelato. Il mondo del rock vi riluce di una patina decadente, memore dei suoi giorni d'oro. Con affetto e ironia a volte feroce De Carlo, scrittore-musicista, scolpisce l'icona delle rockstar invecchiate e satolle che perseverano in una recita trasgressiva al limite del grottesco. Ma intanto ammicca a noialtri lettori cresciuti col mito della musica ribelle e della schitarrata liberatoria, noi incapaci di rinunciarvi a quel mito, disposti a credere ancora che il personaggio coincida con la persona, forse perché simbolo gioioso di un'altra età della vita.

Solo dal raro istante in cui due fiamme gemelle ardono in sincrono può sprigionarsi l'intimità molto fisica e insieme molto platonica del riconoscimento. Andrea De Carlo è un maestro nell'apparecchiare il climax che conduce all'acme di una meraviglia antica come il genere umano. E ancora di più, quando l'intensità fusionale è giunta al culmine, lo è a prepararne la dissolvenza. La persistenza dei flussi scatenata da un bacio al fiordilatte si scioglie nel dolceacre del cachi, il gusto in cui Milena ha catturato misteriosamente la "sintesi del ritrovamento e della perdita". O meglio la sua illusione. Eccola l'imperfetta meraviglia, proprio come la scintilla di una canzone o la riminiscenza di un sogno.

Però De Carlo non indugia sul feedback di questi pensieri. Continua a seguire l'istinto, cambia subito ritmo e spartito. Cede la piazza a un gruppo di abbracciatori oppure mette in mano il grandangolo ai due protagonisti fatti di erba e inscena una baraonda iperrealista, con dialoghi a raffica dove ciascuna comparsa dà il peggio di sé. Si diverte, e il lettore con lui, mentre a latere si dispiegano le sovrastrutture storiche e sociali, psicologiche, familiari e sessuali che rodono come un tarlo ogni rapporto di coppia o addirittura ogni relazione umana.

Il lavoro di scavo nella psicologia dei protagonisti si traduce invece in sequenze di interrogativi aperti. Uno, cruciale, mette in risonanza l'amore nella sua dimensione libera e spontanea con l'istinto biologico-procreativo della nostra specie. Un altro sottolinea la vulnerabilità "ontologica" delle donne che senza volerlo finiscono per diventare un po' uomini loro stesse, per "districarsi nei percorsi di guerra creati dagli uomini". A un certo punto l'affettività pura pare destinata a sfilacciarsi in idee ricorrenti e atti ripetitivi, incagliarsi in sensi di colpa e giochi di potere, confondersi nella paura di deludere le aspettative. Eppure proprio in quel momento, come in ogni grande romanzo che somigli un po' alla vita, l'imperfetta meraviglia arriva a scombinare le cose.

Andrea De Carlo
L'imperfetta meraviglia
Giunti
366 pp., 18 euro

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