Il burkini va vietato? A prima vista no. Una società liberale e tollerante deve poter garantire anche la possibilità per la donna di scegliere come vestirsi. Non a caso, paesi di radicata tradizione liberale come la Gran Bretagna e l’Olanda non lo vietano (gli unici divieti riguardano il volto coperto in determinate situazioni, per ragioni di sicurezza).

Il divieto del burkini in Francia risponde a una “religione della laicità dello Stato” che non combacia in pieno con l’idea di libertà: si dev’essere liberi, infatti, anche di esprimere convinzioni profondamente religiose attraverso usi, consuetudini e simboli. Paradossalmente, mentre la Francia mette sul piedistallo la laicità, consente che quartieri-città come le banlieu parigine vivano del tutto fuori controllo, Stati nello Stato (una condizione simile al controllo camorristico o mafioso di interi rioni a Napoli o a Palermo).

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Il burkini, quindi, non andrebbe vietato. Ma… c’è un ma. Un importante filosofo contemporaneo, Joseph Raz, sostiene che in una società liberale dev’essere garantita a ciascun individuo la possibilità di essere autonomo. L’autonomia è definita da Raz come la possibilità di scegliere la vita che si vuole vivere. E perché questo avvenga, l’individuo deve poter scegliere tra opzioni diverse e tra loro anche incompatibili.

Occorre perciò quello che Raz definisce un “pluralismo competitivo di valori”, frutto della tolleranza, cioè dall’astenersi dal fermare qualcuno dal compiere un’azione che non si condivide. Ma le opzioni, oltre a essere diverse e non tra loro compatibili, devono anche essere moralmente accettabili. E ragionando sui diritti delle minoranze a partire dalle considerazioni di Raz, un’altra filosofa morale, Susan Moller Okin (morta nel 2004), da premesse liberali è arrivata alla conclusione che non si può consentire una apparente libertà che in realtà corrisponde, all’interno di una certa minoranza, a un’imposizione, ovvero alla negazione di un diritto (in particolare, i diritti delle donne).

Il burkini, a rigor di logica e proseguendo nel ragionamento, andrebbe vietato perché risponde a una concezione della donna che contrasta coi principi sui quali si regge la nostra società liberale, per gli stessi motivi per cui è vietata la poligamia.

Il punto è delicato e coinvolge i diversi concetti di integrazione. C’è un limite al multiculturalismo, se l’apparente diritto di una minoranza è in realtà l’espressione di un diritto negato? Angela Merkel ha ragione a dire che una donna col burqa o con il burkini difficilmente potrà integrarsi. Se poi il problema non è il burqa ma il velo, il confine diventa più labile e la scelta più controversa. E resta sempre il problema di stabilire chi abbia il diritto di discernere tra comportamenti moralmente accettabili e no (per esempio la poligamia).

Si tratta di un problema “filosofico” di non facile soluzione, specie se affrontato in un contesto di terrorismo e scontro di civiltà come quello attuale.

Una cosa è certa: l’unico argomento inconfessabile, e che non andrebbe mai confessato soprattutto da chi ha responsabilità di governo, è quello “opportunistico” secondo il quale il divieto di burqa o burkini sarebbe una provocazione che aumenta il rischio di ritorsione. Assolutamente no. Uno Stato forte e libero deve poter adottare la linea che giudica imprescindibile secondo i propri valori, non secondo valutazioni di opportunità. A guidare certe scelte di fondo non può mai essere la paura.

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