Cultura

Hacker urbani: le mani (colorate) sulla città

Una nuova generazione di street artist ha avviato la rivoluzione gentile. Trasformano monumenti e spazi urbani in luoghi ludici, utilizzando lana e mattoncini Lego. Perché l’ironia è il segreto e giocare l’obiettivo

Un'opera urbana dell'artista francese OakOak

di Micol De Pas

Città dell’ironia, nello stato ludico dell’espressione artistica. È l’indirizzo degli hacker urbani, la nuova generazione degli street artist globali, che si muove dall’America all’Europa, trasformando gli spazi cittadini in luoghi divertenti, giocosi e poetici. Siamo nell’era del dopo Banksy e del post-post graffitismo, dove sui muri compaiono origami di carta e le statue indossano insolite ghette multicolore fatte a maglia. Le scritte in vernice e i murales realizzati a colpi di bombolette spray hanno ceduto il passo a forme più soft, poetiche e meno invasive. "Sono gesti ironici, spunti di riflessione che fanno sorridere per la loro intelligenza" afferma Elio Franzini, docente di estetica e direttore del dipartimento di filosofia all’Università Statale di Milano. "Sono esperimenti poetici, transitori, fatti nell’ambiente ma senza violentarlo: sono installazioni che hanno valore in quel contesto e in quel momento".

Come dire che l’era del precariato, del temporaneo e dei progetti pop-up si traduce in pirateria urbana: declinazione colorata della leggerezza, della lentezza e di quella nuova filosofia chiamata soft power. Perché la gentilezza può trasformarsi in un vero e proprio polo di attrazione. Almeno per gli occhi, conquistati da piccole trasformazioni inattese. Gli ingredienti, i materiali e gli spunti sono moltissimi, il più delle volte però tridimensionali. Come i Pothole Gardener , minuscoli camei verdi coltivati nelle crepe delle strade. "I miei giardini sono piccoli momenti di felicità" dichiara Steve Wheen, l’autore dal pollice verde. "Non si tratta di guerrilla gardening né di un gesto di protesta. Quel che cerco è strappare un sorriso".

Così allestisce in una buca di una trafficata arteria londinese violette, erba gatta, un trono e una guardia della regina, in attesa del passaggio di sua altezza nel giorno del giubileo del suo regno, dissemina le crepe stradali di piccoli campi da gara in occasione dei prossimi Giochi olimpici o di semplici giardinetti domestici. Il tutto a misura di gnomo e folletto, quasi dovesse preparare la città per l’arrivo degli abitanti di Puffolandia.

Gli Stati Uniti sono invece la culla delle tricoteuse: Yarn Bombing e Knitta, Please sono l’espressione femminile dei graffiti 2.0, ricoprendo di strisce fatte a maglia oggetti pubblici. E Magda Sayeg ha addirittura pensato di rivestire pistola e spada di un monumento a un eroe militare nell’isola di Bali. Ma anche le gambe dei monumenti parigini, gli alberi del viale che porta alla Casa Bianca, gli autobus in Messico…

La moda ha colto la forza di queste creazioni, chiedendole interventi mirati per campagne pubblicitarie, ma intanto il movimento delle knitter si è espanso fino a Sassari, dove Margherita Atzori dissemina pupazzetti e tessuti tricot nelle città della Sardegna (e attualmente ospite della manifestazione StreetArt fino al 9 luglio). Mentre in Gran Bretagna, a Saltburn by the Sea, cittadina dello Yorkshire, un hacker di cui non si conoscono le generalità ha fatto parlare di sé: una preview a maglia dei futuri campioni olimpici fodera la ringhiera del lungomare. Poi c’è chi ripara intonaci e muri a secco con i mattoncini Lego. È Jan Vormann, hacker gentile, rimasto bambino. Piccoli gesti, di quelli che cambiano l’estetica di un luogo.

Lo spiega bene OakOak, artista francese che unisce l’ironia surrealista alla delicatezza di uno chansonnier: "I miei lavori preferiti sono quelli in cui l’intervento è il più piccolo possibile. Voglio dare un significato diverso a un elemento urbano, a un errore, a un buco". Così un segno su un muro color ocra diventa una duna del Sahara solcata da una carovana di cammelli,  mentre la linea di sorpasso sulla carreggiata si trasforma in un tratteggio da ritagliare. Gli fa eco Florian Rivière, con il suo progetto Don’t pay, play!, traducibile in Non parcheggiare, gioca!. Perché le linee dei posti auto diventano campi da calcio, da basket e pallavolo e il pubblico è invitato a visitarli munito di pallone. Succede a Dublino, che dal 22 giugno all’8 settembre celebra la "soft street art" con l’Hack the City festival. "Ma la città è sempre stata ludica, da Boccaccio ai situazionisti» commenta l’architetto e urbanista Carlo Ratti. "E questi interventi rendono la città una grande piattaforma fisica e digitale da programmare, come sul web, ma nello spazio reale".  

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