Cultura

Eurasia: il nostro futuro non parlerà l’inglese

Per cercare fortuna, commercio e cultura non si va più a New York. Oggi s’imbocca la nuova Via della seta, da Istanbul al Caucaso, fino alla Cina

Tutte le strade portano a Roma. Ma tutte le strade partono da Istanbul. E, come a voler dare una risposta a un indovinello insensato ("Mosca lo sa, ma non lo vuole dire" così cantano i Cosacchi), queste stesse strade arrivano in India, in Cina, per risalire verso la Siberia e bagnarsi a San Pietroburgo dove l’azzurro, infine, scende sul mondo per portare il giorno. Così nuovi orizzonti si saldano ad altri, lontanissimi, e prende forma l’Eurasia, stagione meravigliosa la cui aurora è mercato e commercio. È il brulicare di vita che si fa largo dallo sbadiglio dell’Occidente dall’anima ormai appassita.

Ancora 20 anni fa i ragazzi d’Europa avevano una sola meta: New York. Tutte le strade, nell’epoca della fine della storia (secondo lectio di Francis Fukuyama), si erano risolte in un’unica destinazione. C’era la Grande Mela a dispensare il futuro. Ma la storia ha le sue sorprese ed è finita che i più svegli hanno già invertito la rotta: a Pechino. I ragazzi del Convitto nazionale, liceo classico statale di Roma, sono appena tornati dalla Cina. Studiano gli ideogrammi. E fa testo il refrain di Franco Battiato: "Il giorno della fine non ti servirà l’inglese". Nuovi eroi si fanno largo. La storia, tutta di vertigine e di gloria di Ungern Khan, ovvero Roman von Ungern-Sternberg, comandante della divisione asiatica, ultimo baluardo dello spirito contro il bolscevismo, torna. In libreria, in Italia, accanto alle belle tavole di Hugo Pratt (Corte Sconta detta Arcana), c’è oggi Il barone sanguinario di Vladimir Pozner (edizioni Adelphi).

Tutte le strade si aprono al mondo. Quella che più ha svegliato la vena il cui sangue irrora di ricchezze, energia e sviluppo, è la Via della seta. Fabio Tricarico, un regista intraprendente, ha pure inventato per Rai 5 il format per un reality di incamminati: 10 ragazzi ripercorrono le tappe di Marco Polo. La Silk road l’avevamo studiata a scuola, con Il Milione, attuale più di un indice di borsa, e non è infatti un capitolo dell’erudizione. È commercio ed economia. Rosa Dianda, da Modena, 26 anni, è a Pechino. Vende piastrelle: "Vedo trasformarsi i quartieri nel giro di 3 settimane. Tutto cambia anche in profondità. Sono arrivata che c’era la grande statua di Mao Zedong, poi in piazza Tienanmen ho visto sorgere, proprio a faccia a faccia, un’altra grande statua, quella di Confucio".

Confucius, il film, con Chow Yun-fat nel ruolo del filosofo, regia di Mei Hu, venne prodotto e portato nelle sale nel 2009 per il 60º anniversario della Repubblica Popolare Cinese, quando la grande industria della globalizzazione vestiva il pianeta con Avatar, la fantascienza di James Cameron. Ma non furono gli occhiali 3D a segnare la differenza tra la saggezza di Confucio e l’americanata bensì, come dice Francesco Palmieri, sinologo, esperto di arti marziali, "la vera terza dimensione: l’interiorità".

Non sorprenda però il fatto che in Italia il film di Mei Hu non si sia visto: "Non è il piccolo cortile a fabbricare il mondo". E non sorprenda che il governo Berlusconi abbia fatto morire, sottraendogli i fondi, un gioiello di ricerca e di scienza qual è l’Isiao, l’istituto per l’Africa e l’Oriente, erede dell’Ismeo, l’orgoglio dell’orientalistica fondato da Giuseppe Tucci. Le opere complete di quest’ultimo sono state ristampate dai cinesi. E sono servite per ricostruire migliaia di templi buddisti polverizzati, a partire dal 1950, dalle guardie rosse. Fu una tragedia incomparabile, quella in Tibet, rispetto a quella spaventosa della demolizione dei Buddha. E fu raccontata da Maria Grazia Cutuli nel 2001 per il Corriere della sera. Se gli stessi vandali di ieri ricostruiscono quello che avevano distrutto all’epoca della Rivoluzione maoista, possono farlo, oggi, grazie alla documentazione di Tucci. Tutto è provincia. Si fa di necessità virtù e gli studenti, con tanti manager e i funzionari dell’Eni, per i corsi di turco e di farsi si recano presso la stazione Tiburtina, a Roma, dove nel retro di una libreria, Nima, si danno il cambio insegnanti madrelingua.

Tutto è cammino. Dal 29 giugno all’1 luglio, in Trentino, a Pergine, si è svolto il workshop Tutte le rotte di Ulisse. Organizzato da Vox populi, con Ermanno Visintainer, esperto eurasiatista, e dell’organizzatore come Daniele Lazzeri, il convegno ha avuto ospite Hakki Akil, ambasciatore della Turchia in Italia. Provinciale e periferica appendice dell’Unione Europea, l’Italia non si accorge della presenza di una realtà vicinissima a noi, potente per economia e vitalità, con una popolazione giovanile e attiva. Ed è la Turchia, "eurasiatica" per eccellenza. La terra del Bosforo, a metà tra Oriente e Occidente, che per pil e strategia geopolitica è di gran lunga più importante di due nazioni guida del Vecchio continente. Della Germania, innanzitutto, dove vive la più numerosa comunità turca fuori dall’Anatolia. E della Francia, dove l’ultima napoleonica messa a punto della conoscenza del mondo s’è infranta nel mattatoio libico. Il giorno della fine non parlerà l’inglese. E neppure francese.

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