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Cultura

"Documenta": ma quanto s'è impennato lo spread dell’arte contemporanea

Il pubblico entra alle mostre sempre più numeroso ma esce sempre più deluso. Colpa dello scarto fra opere e gusto

Anche l’arte ha il suo spread. Ma è un differenziale che non troverete nei resoconti finanziari: potrete leggerlo soltanto sul volto di chi affolla biennali e fiere d’arte. Non servono dati, basta osservare le facce spaesate per capire che fra l’arte e i suoi destinatari è in corso un’inquietante frattura: una crisi dai tratti simili a quella della finanza, che rischia di fare crollare la fiducia in un mondo considerato appannaggio di pochi collezionisti (avidi capitalisti dell’arte), ma indifferente al gusto del popolo (il pubblico pagante che annusa ora olezzo di truffa).

Così, c’è da scommetterci, volti perplessi e smorfie si rivedranno il 9 giugno all’apertura di Documenta (la più importante manifestazione internazionale d’arte contemporanea): a ribadire quell’insoddisfazione ormai palpabile, anno dopo anno, fra gli spettatori di Kassel come di Venezia, e di fiere come Artissima o Art Basel. È roba vecchia, si dirà: il divario fra arte e pubblico viene da un tempo immemore; dalla fine dell’Ottocento gli artisti hanno posto l’asticella sempre oltre il gusto corrente. E ai tempi di Dada? Lo smarrimento non era lo stesso di chi guarda oggi Jeff Koons, Urs Fisher e Takashi Murakami? Sì, tutto vero. Ma anche tutto incomparabile all’oggi. Perché negli ultimi anni, malgrado l’aumento d’informazione e di pubblico, lo scarto fra proposta estetica e gusto è cresciuto senza posa. Non solo, l’arte ha fatto propri i meccanismi della finanza globale, titoli tossici compresi. Ed è forse nella frattura fra etica ed estetica la radice vera dello spread che allontana la creatività dalle aspettative delle masse.

Hedge fund, cartolarizzazione, sistema Ponzi: non è un caso che Jean Claire abbia scomodato categorie finanziarie per descrivere i meccanismi del sistema artistico. Nel suo Inverno della cultura ha spiegato come da un’opera d’iniziale valore nullo ("Un vitello in formaldeide di Damien Hirst") si possano raggiungere quotazioni stellari attraverso "gallerie che sono l’equivalente delle agenzie di rating". Per l’intellettuale francese nessuno è senza colpa: case d’asta, grandi musei, curatori, collezionisti, ciascuno con la propria responsabilità nel "creare un valore che non significherà mai valore estetico, bensì valore del prodotto come performance economica". Ed è proprio questo sistema integrato che in molti considerano il peccato originale dell’odierno disgusto.

"Per la prima volta nella storia" spiega la storica e critica d’arte Martina Corgnati "l’elemento di polarizzazione non è più il linguaggio artistico, ma la quantità. Un artista conta oggi per quotazioni e impatto mediatico. Il vero pubblico è ridotto a pochi collezionisti che simbolizzano con il possesso il proprio potere finanziario. In un panorama siffatto, con pochi artisti per pochi compratori, lo spettatore comune diventa vittima di un frustrante sentimento d’esclusione, una sorta di sgradevole effetto business class. Perciò" taglia corto Corgnati "se i nuovi spettatori vedono un’arte che non gli dice niente, è semplicemente perché non è a loro che parla".

Non un’arte nuova, dunque, ma un nuovo uso dell’arte: adulterato fra valori speculativi e di linguaggio. Un mondo inedito che taglia fuori il grosso del pubblico quanto gli artisti non allineati. Già nel 2010, dalle colonne di Le Monde, Marc Fumaroli metteva in guardia i cittadini francesi da un’arte "creata di sana pianta dal mercato finanziario internazionale". E quel monito, condiviso allora da Vittorio Sgarbi, risuona adesso nel nuovo saggio del critico ferrarese L’arte è contemporanea (Bompiani). Esiste una "mafia del mercato" scrive Sgarbi, che produce "una strana categoria di artisti, stabiliti artificiosamente e ridotti a numero chiuso come malati in un sanatorio". Inevitabili le conseguenze a cascata. Perché se non si è parte del "circuito lobbystico modaarte", si è banditi dal bene più prezioso per un artista: la visibilità. Ed è esattamente questo procedimento, nella scomparsa di una proposta estetica non omologata, che "ha determinato un progressivo distacco fra la produzione artistica e i suoi destinatari".

Insomma, si cerca l’arte dove non è. Il pubblico di massa, attratto come falene dai fari delle mostre internazionali, ha confuso la parte per il tutto: in un’infruttuosa sineddoche ha messo in agenda pochi grandi eventi e rimosso quell’universo di gallerie magari decentrate ma ricche di vitalissimi quanto invisibili artisti. Non tutti però vedono il demonio nel vil denaro. Per il critico e curatore Francesco Bonami il nocciolo è nella "diseducazione preventiva" del pubblico. "Si va alla Biennale di Venezia come se si andasse a un luna park, salvo scoprirsi delusi perché non ci si diverte. Qui è l’equivoco" sottolinea il curatore "si confonde intrattenimento con cultura: l’arte contemporanea è presentata come un mondo mediatico anziché contenutistico. Se si avesse il coraggio di raccontarla nello specifico, anziché negli aspetti spettacolari, avremmo un pubblico più ridotto ma ben più motivato".

Flavio Caroli, sguardo disincantato da storico dell’arte modernista, vede invece la grande storia che si ripete: "Gli artisti del Novecento urtavano il pubblico perché sovvertivano il dominante gusto borghese; quelli di oggi, analogamente, irritano il nuovo establishment che è il gusto del consumo di massa". Eppure anche il nuovo mercato conta. Lo storico gallerista Massimo Minini, che in 40 anni di attività ha visto passare nelle sue sale opere di Carla Accardi come di Vanessa Beecroft e Anish Kapoor, addita senza dubbi una nuova oligarchia: "Si è passati da un mercato fatto di molte piccole gallerie a un supermercato con poche filiali nel mondo. Ineluttabili dunque gli effetti sul pubblico in termini di omologazione e reazione".

Intanto, come che sia, il 9 giugno Documenta aprirà con una scelta che suona spiazzante. In una nota che pare confezionata da un comitato no global, la curatrice Carolyn Christov-Bakargiev ha annunciato che l’obiettivo di questa edizione sarà "porre una serie di punti di vista critici sul capitalismo, per smantellare la persistente convinzione che sia sempre necessaria una crescita economica". Non solo, "sarà una rassegna no logocentrica" che riproporrà "media tradizionali come pittura, scultura e fotografia". Vedremo. Nel frattempo, aspettando le facce degli spettatori al vernissage, viene in mente una frase della grande gallerista Claudia Gian Ferrari: "Se l’arte non è amata, prima o poi si vendica" diceva. Varrà mai per il pubblico?

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