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Cultura

"Cloud city" di Tomás Saraceno al Metropolitan museum of art di New York. L’importanza di alzare lo sguardo

L’opera "obbliga" a vivere l’arte dall’alto. La sensazione è di camminare sullo skyline di Manhattan

di Marco Filoni

È una questione di linee. Sono loro a tracciare direzioni, dare il senso e indicare ciò verso cui ci dirigiamo. Così funzionano le città. La loro costruzione e progettazione risponde in fondo a una logica di linee. Che succede se invertiamo questa logica? Lo si può sperimentare salendo sul tetto del Metropolitan museum of art di New York. Qui l’installazione Cloud city dell’artista Tomás Saraceno impone la riconsiderazione di dimensioni e prospettive: 16 moduli interconnessi fatti di materiali trasparenti e riflettenti, dentro i quali si entra e ci si muove. Così facendo si è proiettati contro il profilo del Central Park che appare capovolto. E sembra di poter camminare sui grattacieli dello skyline di Manhattan. Le configurazioni non sono più lineari, la gravità capovolge la sua direzione e si sosta su frammenti di nuvole. Del resto le linee cambiano.

In principio erano orizzontali. Spazi e volumi prendevano forma in un solo elemento, la terra. La città di fondazione romana (ma in realtà già prima con la Mileto di Ippodamo) nasceva con uno schema a scacchiera. E qui poi si costruiva, sulla terra, sull’elemento principe per l’antichità. Poi però subentrò l’aria. Alle linee orizzontali si sostituirono quelle verticali. Era la modernità che faceva il suo ingresso nello spazio urbano. E quasi a voler sfidare le leggi della fisica, la conquista tecnologica e l’affermazione di una nuova epoca seguivano linee verticali. Per essere all’altezza del tempo, il sapere si misurava in altezza.

La querelle, già a fine Ottocento, fu aspra. Come a Parigi, dove i moderni la spuntarono sugli antichi. Era il 1889 quando fu costruita la Tour Eiffel. Allora due opposte fazioni se l’erano date di santa ragione: da un lato gli innovatori, cantori dell’altezza e della sacralizzazione dell’espansione verso l’alto; dall’altro i conservatori, teorici della «vieille Paris», impauriti dalla vertigine dell’altezza, tra cui Maupassant, Dumas e Huysmans, i quali firmarono un appello al quale Gustave Eiffel, con la modestia maliziosa dell’ingegnere borghese, rispose che «bisogna diffidare dei grandi uomini». In breve, la torre Eiffel è stata un successo e un simbolo della città. E da allora la vertigine dell’altezza è stata un punto di riferimento per qualsiasi città che si voglia davvero grande. Come Manhattan, a New York. La città verticale o, per dirla con il grande architetto Rem Koolhaas, la città del delirio. Onirica non solo vista dall’installazione di Saraceno. Ma perché il suo modello urbanistico è centrato sul delirio, che viene dal latino «lira», che per i romani indicava il solco tracciato sul terreno. Delirio significa perciò uscire dal solco, proprio come delirante è ciò che oltrepassa i limiti. E allora New York è la capostipite di questa forma delirante di città che sta facendo da modello nelle megalopoli asiatiche. La modernità passa ancora sulla vertigine, soltanto che ora delirio non viene più dal latino, ma dalle lingue orientali.  

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