Memorie di Antinoo – come bruciare per bene d’amore

Non tutti sono tenuti a saperlo, ma Villa Adriana è, a tutti gli effetti, mia. Da circa 10 anni, infatti, questo sito ha assunto lo statuto, la configurazione e le caratteristiche di mio museo personale, posto sotto la mia tutela …Leggi tutto

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Non tutti sono tenuti a saperlo, ma Villa Adriana è, a tutti gli effetti, mia.

Da circa 10 anni, infatti, questo sito ha assunto lo statuto, la configurazione e le caratteristiche di mio museo personale, posto sotto la mia tutela spirituale e soggetto a una specie di regime in pectore di cui mi sono assunta tutti gli oneri e gli onori. Entro e esco come e quando più mi aggrada, ricevo colà i miei ospiti per brevi ma operative riunioni di lavoro; costringo chi intende incontrarmi nel weekend a pagare un biglietto e a passare tornelli, per immettersi in un microclima affatto diverso rispetto a quello di Roma.

Ho fotografato tutti i mattoni, i capitelli, i colli mozzati, i coccodrilli in originale e in copia, i riflessi sull’acqua a seconda delle ore del giorno e i fili d’erba; ho campioni di insetti sottovetro e fiorellini di tutte le stagioni prelevati durante lunghe ore di mia permanenza. Ho consumato due paia di scarpe.

Benché a volte debba fare i conti con la presenza di qualche turista, e nonostante alcuni segnali – come la convenzione di passare per una biglietteria e da lì per i suddetti tornelli  - potrebbero ingannare, di fatto questo posto mi appartiene, e viceversa. Quelle presenze e quei segnali sono messi lì apposta, come il gatto di Matrix, a testimoniare che c’è una smagliatura nella storia, un buco nel plot, un déja-vu, un’ironia romantica di quello che un tempo si chiamava divenire e oggi sistema operativo, ma dal momento che io lo so, e lo accetto, e il mondo pure lo sa ma continua per amore di rappresentazione a pensare e a difendere Villa Adriana in quanto “patrimonio dell’umanità”, a me sta bene.

Coi custodi, tuttavia, ci diamo ancora del “lei”.

«Se solo le Muse di Tivoli potessero risorgere da Tempe, e dare agli amici della villa di Adriano la voce di uno Stentore e l’eloquenza di un Demostene»… riflette la studiosa di rinascimento italiano Ingrid D. Rowland in un articolo sulla New York Review of Books di tre giorni fa, in cui oltre a raccontare una gita allucinante a Villa Adriana in bus lungo il degrado di Via Tiburtina si dice sollevata dalla notizia dello scampato pericolo discarica.

Non so cosa farebbero, esattamente, gli amici della villa con simili doni alla loro oratoria. Conoscendo i romani, ed essendolo, probabilmente allo stadio avremmo un sacco di cori nuovi.

Non so se posso considerarmi esattamente una amica della villa, essendone proprietaria. Infatti, di nessuno spazio ho bisogno – a parte quello, a cui per umana debolezza devo render conto, deputato alle fisiologiche urgenze – come di quello che si apre dal cancello fino all’orto degli ulivi, o meglio ancora tra la statua (brutta: sembra una vecchia che lavora la maglia) di Marguerite Yourcenar e la sommità del Canopo.

In particolare, un luogo si adatta alla perfezione alle mie esigenze mentali. È il Teatro Marittimo, un isolotto circondato da un canale che aveva le funzioni di domus minore, o di studiolo dell’imperatore, che, pare, qui si ritirava – come dice un cartello all’ingresso che potrei recitare a memoria – durante le sue frequenti crisi di malumore. Perché era di malumore, Adriano?

Che  fosse  varius, multiplex, multiformis, esotista, innamorato, ossessivo, illuminato e colto lo sappiamo grazie a Elio Sparziano.

L’immagine dell’Imperatore è una somma del ritratto romanzato che ne fa Marguerite Yourcenar, e di mito popolarmente tramandato, addolcito da una certa vulgata da soap opera, da un’arietta da gossip.

Adriano è la più raffinata delle icone gay (Elio Sparziano ci dice anche che aveva «capelli docili al pettine»): abbacinato d’amore per il poco più che adolescente bitinio Antinoo, se lo porta a Tivoli e ne fa una specie di idolo vivente di Eros; lo porta a caccia con sé, e gli fa l’onore di scoccare la freccia fatale a un leone (il leone la cui morte spettava all’Imperatore!); poi Antinoo muore annegato nel Canopo, un canale del Nilo, forse suicida per troppo abuso e amore, forse sacrificato (è la tesi di Dione Cassio e Aurelio Vittore), e Adriano ne istituisce il culto.

Il suo lutto diventa furia, comincia a vivere e a far vivere tutti nel delirio della sua icona; conia monete col suo volto, fonda una città in Egitto e dà a questa il suo nome, costruisce in villa un edificio con al centro un bacino d’acqua che chiama, masochisticamente, Canopo, struggente sineddoche di pietra e acqua.

Commissiona agli scultori statue che ne riproducano le fattezze, mosso dallo stesso struggimento – commisurato alle possibilità di un Imperatore potente e immaginifico  - che coglierà, un millennio e qualche centinaio di anni dopo, Kokoschka, che si limitò a farsi costruire una bambola simile ad Alma Mahler, vedova di Gustav, che neanche era morta, ma aveva deciso di sposare Walter Gropius.

Questo delirio e culto, ultima devozione pagana e ossessione, è il tema della mostra attualmente allestita da Electa nel Museo della Villa, una delle mostre più ben fatte, commoventi, crudeli, imbarazzanti ed emozionanti che possa mai capitare di vedere.

Esemplari di Antinoo in mille tipi, moltiplicazioni perturbanti del suo corpo e dei suoi frammenti, di petto, di capelli, di spalle, di cosce, di nasi di Antinoo, sempre ritratto nella sua posa pensosa, malinconica, da Bacco intelligente, tormentato, triste, serio, analfabeta, barbaro, muto; pezzi di Antinoo ritrovati in scavi – e forse spezzati dagli scavi -

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qui e lì tra Tivoli e Asia minore, Grecia, Egitto; monete che portano le sue effige e che sono servite a comprare merci, vivande, stoffe, animali, favori di dèi; camei, tazze-Antinoo, incensieri-Antinoo, bambole dure, sfingi con la sua testa, faraoni nero-smalto dagli occhi vuoti e con le sue spalle piene, bassorilievi in cui appare in veste di Osiride, dio delle messi, Dioniso, Mercurio, incarnazione e manifestazione della divinità al pari di un avatar, animale di marmo, levigato e splendente dopo 2000 anni, Cristo perfetto, freddo, carnale: tutto ciò, se siete portati per questo genere di cose, vi darà una vertigine assoluta.

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MY, Memorie di Adriano

Dopo un’ora che siete lì dentro, mentre la polvere che avete sulle scarpe cade altrove da dove si è sollevata a formare altri strati, comincerete a pensare: Antinoo mi è morto. Il suo volto infantile e toccato dal desiderio, quindi dalla violenza, e poi dalla morte, è il volto di qualcuno che avete amato. Le epoche, la vostra e quella di Adriano, e generazioni di Bitini, con dentro le perdite, le vostre, e quelle di tutti gli altri, si toccano. Ve lo aveva fatto già capire la citazione di Pessoa all’entrata

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FP, Poemetti erotici

che quel corpo, di cui nessuno ha mai raccontato la memoria, vi riguarda, e mentre ci chiediamo se mai saremo amati così – se nessuno fonderà mai città col nostro nome, o col nostro naso conierà monete – pensiamo che il viso sfuggente della pietra, citato in mille frammenti, è il viso stesso del desiderio che un giorno abbiamo conosciuto e che vorremmo follemente riafferrare.

Le sue memorie sono le nostre.

Frammenti e pezzi, tutti recanti sempre la stessa impronta di Antinoo, la sua stessa espressione mortificata, la sua tenerezza ombrosa, la stessa forma che i suoi «riccioli nudi» prendono sopra le orecchie, sono lì a dirti: guarda che questo giovane è il tuo amore, disperso per il mondo, nella diaspora degli amori che non ha mai fine.

 

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