Cultura

Bordighera, lezione di civiltà nel comune "mafioso"

Sciolto per criminalità dall’ex ministro Maroni, è il nuovo avamposto della cultura italiana in Europa

di Vittorio Sgarbi

La città di Bordighera, lasciata come Ventimiglia senza amministrazioni per l’arbitraria e infondata decisione dell’ex ministro Roberto Maroni di scioglierne le giunte per infiltrazioni mafiose, è tra le poche città italiane che, in tempo di crisi, ha dato un esempio di civiltà di cui non si è parlato abbastanza. Restaurare un palazzo, aprire un museo, farlo vivere con collezioni e mostre, nei tempi in cui i musei si commissariano, è ragione di orgoglio e di vanto; e invece altre recriminazioni, da parte della provincia, sembrano rimettere in dubbio quella che è stata una grande conquista.

I risultati mostrano che non Bordighera, ma Venezia è stata ed è dominata da una mafia contro il buon senso e la ragione. Quando Guido Angelo Terruzzi, il più grande e generoso collezionista d’arte italiana e di mobili europei degli ultimi 40 anni, decise di lasciare allo Stato una parte della sua collezione, si orientò all’acquisto di Palazzo Grassi a Venezia, proponendo condizioni molto vantaggiose che avrebbero consentito l’esposizione delle sue raccolte e la disponibilità per il Comune di Venezia di spazi espositivi per mostre pubbliche. L’acquisizione delle sue collezioni avrebbe consentito la realizzazione del più grande museo di pittura del Settecento veneziano, ben più ricco di Ca’ Rezzonico, con capolavori di Canaletto, Bellotto, Pellegrini, Ricci, Ami goni, Diziani, Carlevaris, Rosalba Carriera, Longhi, Magnasco, insomma tutti i principali maestri dell’epoca, affiancati da straordinari mobili. Ma a Terruzzi fu preferito François Pinault, con i suoi Jeff Koons e il mercato internazionale drogato dell’arte contemporanea. Indispettito, Terruzzi non si perse d’animo. E fui proprio io a portargli, in una visita memorabile, l’allora ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, che per primo volle accertare la consistenza delle opere di Terruzzi e gli offrì una sede rappresentativa dello Stato da concordare. Su questo Terruzzi traccheggiò, ma convenne su una mostra che facesse conoscere le opere della sua collezione a Roma, al Vittoriano, e a Milano, a Palazzo Reale (all’epoca ero assessore alla Cultura del comune). Da quelle due importanti occasioni non uscì una decisione concordata. Perché, ormai da tempo, Terruzzi si era orientato a eleggere, come sede principale della sua fondazione, la città di Bordighera, dove aveva a lungo vissuto. Io, in verità, non condividevo la scelta, però devo riconoscere che l’onestà e l’impegno del sindaco Giovanni Bosio consentirono una rapida e certa soluzione della questione, con un accordo che andò oltre la vita di Terruzzi, nel frattempo scomparso.

Ma il suo pensiero e la sua opera sono nell’esemplare restauro e nell’allestimento di Villa Regina Margherita a Bordighera. Qui si è realizzata una casa-museo sorprendente per efficienza e paragonabile soltanto al museo Poldi Pezzoli e alla Collezione Frick di New York. E qui, con l’esclusione della parte più notevole dei pittori del Settecento veneziano, sono esposti circa 1.200 pezzi della collezione Terruzzi, in particolare 170 dipinti prevalentemente di area ligure e genovese, dal Trecento al Settecento, in allestimento permanente. Si è creato un museo di quella che fu la casa amata in Riviera della regina Margherita e degli oggetti che furono l’ambiziosa visione di Terruzzi collezionista. Una sintesi sorprendente e un modello di recupero in una destinazione definita, rispetto a tanti restauri che restano insoddisfatti, che non hanno eguali in Italia rispetto a pubbliche amministrazioni, se non il modello ammirevole del Fai. La Fondazione Terruzzi, ottenuto da provincia e comune lo spazio, ha sostenuto integralmente il recupero e l’allestimento della villa-museo, con una collaborazione che indica l’intelligenza della pubblica amministrazione nella felice
intuizione del sindaco Bosio, che invece di essere premiato da uno Stato riconoscente e consapevole è stato commissariato per mafia. Suprema ingiustizia.

Ora la Fondazione Terruzzi prosegue la sua attività con una mostra dedicata all’arte moderna, Sguardi sul Novecento, sempre attingendo all’ingente e prezioso patrimonio collezionistico di Guido Angelo. Così, indulgendo a un gusto meno sofisticato di quello che portò all’acquisto di Bartolomeo Vivarini, Giovanni Baglione, Gioacchino Assereto, Bernardo Strozzi, Pietro Paolini, Alessandro Magnasco, il nuovo museo si apre all’attualità, e comunque all’avventurosa storia dell’arte del Novecento con opere assai notevoli di Balla, De Pisis, Severini, De Chirico, Casorati, Morandi, Fontana, Rosai, Schifano, Manzù. Alcuni capolavori che renderanno popolare il museo come Villa borghese dalla finestra di Giacomo Balla, del 1908, la vivace Constructeurs de trophées di Giorgio De Chirico del 1928, il Ritratto di Riccardo Gualino di Felice Casorati. E ancora Antonio Ligabue e Renato Guttuso. Fra le sculture si distinguono Concezione di Adolfo Wildt, del 1921, e tre bozzetti di Arturo Martini, per i Dioscuri, del 1934, per Giustizia corporativa, del 1937, e per il Monumento a Tito Livio nell’Università di Padova, del 1942.

La rappresentanza internazionale è garantita da opere di Max Ernst, Victor Braumer, Wilfredo Lam, Hans Hartung. È notevole che, poco lontano dai luoghi della Costa Azzurra, amati da artisti del Novecento come Marc Chagall e Henri Matisse, si possano vedere i loro compagni di strada italiani e anche artisti come Asger Jorn, Karel Appel, che lavorarono ad Albissola. Così Bordighera, con la fondazione Terruzzi, e attraverso la cura di Annalisa Scarpa e Michelangelo Lupo, diventa un avamposto della cultura italiana in Europa.

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