Arte & Idee

Toilet Paper: il libro. L'intervista esclusiva a Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari

Edito da Damiani, il volume raccoglie un’ampia selezione delle immagini pubblicate nei numeri precedenti del magazine, oltre ad una serie di immagini inedite. Intervista esclusiva

– Credits: Toilet Paper - Damiani editore

TOILETPAPER di Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari è il primo libro, edito da Damiani , che include un'ampia selezione della produzione fotografica pubblicata nell'omonimo magazine in edizione limitata, oltre ad una serie di scatti inediti e una selezione di testi che accompagnano la straordinaria sequenza delle immagini.

Ho avuto il piacere - e l'onore - di approfondire alcuni aspetti alla base della produzione stessa del progetto editoriale che ha coinvolto i due artisti.

Dopo Charley e il più recente Permanent Food, quando e come si è concretizzata l’idea di realizzare il nuovo progetto Toilet Paper?

Con la nascita di internet sono venuti a mancare i presupposti su cui Permanent Food lavorava: una raccolta di immagini pre–esistenti, riproposte fuori dal loro contesto originario. Già a metà degli anni 2000 questo principio è dilagato con i blog: le immagini vengono ri–bloggate centinaia di volte, fino a non riuscire più a risalire all’origine; a quel punto riproporre lo stesso processo su carta aveva perso di senso. Toiletpaper è stata la naturale evoluzione di quel processo. Si potrebbe dire che se Permanent Food si basava sul funzionamento del ready–made dadaista, Toiletpaper si basa sul pastiche citazionista.

Come nasce uno scatto di TP? Partite da una idea generale, da un oggetto particolare attorno al quale costruite una storia o puntate l’attenzione sulla sensazione che l’immagine finale deve comunicare all’osservatore?

Lavoriamo mesi prima di arrivare a scattare un nuovo numero, confrontando continuamente le nostre idee, in un estenuante gioco della torre. È un processo lento e fondamentale: le poche idee che si sono salvate dall’eliminazione della torre diventano così familiari da reclamare il loro palcoscenico sul set, come personaggi in cerca d’autore. Finito lo shooting diventiamo spietati: le immagini scattate devono superare esami durissimi per essere inserite tra quelle davvero meritevoli di pubblicazione. Le altre spariscono per non essere più recuperate, senza possibilità di appello: il magazine è il prodotto finale, ed è l’unica cosa che conta. Non è pensando all’osservatore che otteniamo questo risultato, ma solo attraverso un esigente esame autocritico.

Questa domanda è per Mr.Cattelan. Credo che in TP - ma è solo una mia impressione ovviamente - ci sia una libertà di azione molto più autentica rispetto alle opere realizzate negli anni passati, nelle quali le inevitabili pressioni delle gallerie, del mondo dell’arte e le aspettative del pubblico, in un certo modo, aggiungevano preoccupazioni gratuite.

È d’accordo?

Di sicuro si tratta di due prodotti diversi: TP è un discorso visivo fatto di ventidue immagini, realizzato a quattro mani, quasi come se fosse una mostra collettiva. Il formato del magazine ti permette di sperimentare e ragionare su più livelli, dall’ironico al tragico, semplicemente sfogliando pagina. In un’opera invece devi concentrare tutto in una sola immagine, e ci vuole molto più tempo per sintetizzarla, trovare quella che funziona ed esserne davvero soddisfatto.

Sinceramente non ho mai percepito nessuna pressione da parte delle gallerie, anche perché la mia ultima mostra in galleria è stata nel 2001, e solo dieci anni dopo ho deciso di andare in pensione . Di certo il pubblico può decretare il successo del lavoro, ma trovo molto più interessanti i limiti dell’opera, che non sono mai decretati dal pubblico. Sono sempre stato il giudice più severo del mio lavoro e questa è l’unica pressione che mi abbia mai interessato.

Ogni volta che osservo una fotografia pubblicata, ho come la sensazione di avere già visto quell’immagine da qualche parte. Come se nel mio subconscio esistesse da anni e che non fossi mai stato talmente abile da farla emergere con quella chiarezza e in quel modo.

Come ci si sente a rubare i ricordi o indagare nella parte più profonda dello spettatore, mettendolo di fronte ai suoi pensieri più nascosti?

Subiamo da sempre fascino delle attività illegali: se saccheggiare il subconscio lo fosse, di sicuro dovremmo dichiararci colpevoli. Quello di Toilet Paper è un processo opposto a quello raccontato in Inception: là si innestavano ricordi costruiti al livello più profondo del subconscio. Noi al contrario riportiamo a galla quello che è affondato, nascosto, come dici tu, con un processo di accurata sintesi.

Eliminiamo il superfluo, fino ad arrivare alla radice primaria di perversioni e ossessioni condivise da tutti: il segreto sta nel non essere mai totalmente espliciti. Violenza, sesso e grottesco sono temi attualissimi e insieme senza tempo, antichi come l’uomo. In questo consiste la forza di certe immagini: sembrano nuove, ma in realtà appartengono a tutti da sempre. Noi ci limitiamo a sintetizzarle nella loro forma primaria.

La pubblicazione di un volume monografico solitamente coincide con la fine di un percorso o come una sorta di giro di boa. In quale di questi due momenti ci troviamo?

In effetti è così, il libro è stato una sorta di rito di passaggio all’età adulta. Da giugno 2010, quando abbiamo iniziato, in ogni numero abbiamo preso sentieri diversi, scoprendo che non tutti erano percorribili o di nostro interesse. Abbiamo sicuramente fatto alcuni passi falsi, errori giovanili: il libro è stato un modo per rivalutare gli scorci affascinanti di quei percorsi, così come quelli che non vogliamo più intraprendere. In fondo si tratta, come sempre, di non accontentarsi, di continuare a perfezionare ogni dettaglio, limando i difetti.

Di sicuro potremmo andare avanti ancora per molto, se è vero che nessuno è perfetto!

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