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Arte & Idee

Spoleto ritrova l’arte dimenticata

Dopo l’articolo di Panorama, si riaccende il dibattito su una parte trascurata del patrimonio artistico cittadino. E il sindaco offre una soluzione concreta per valorizzare le centinaia di opere nascoste

L’ultima parola ce l’ha messa il sindaco. Forse allora “il custode dell’arte dimenticata” non ha lavorato invano. I suoi sforzi serviranno a qualcosa. E il lungo articolo che Panorama gli ha dedicato avrà almeno riacceso il dibattito su un pezzo importante del patrimonio artistico di Spoleto e dell’Italia tutta.

S’intitolava “Il custode dell’arte dimenticata” il servizio in cui Panorama del 18 agosto raccontava la storia di Luigi Fortunati, ovvero l’ex addetto al mattatoio della cittadina umbra che ha salvato dall’oblio una grande quantità di opere d’arte.

All’insaputa del Comune, di propria iniziativa, nel corso di un decennio, Fortunati ha catalogato centinaia di sculture e dipinti trasformando un deposito trascurato in una sorta di museo vivo.

Burri, Calder, Consagra, Leoncillo, Guttuso, il Gruppo dei Sei, Henry Moore, Mario Ceroli, Fausto Melotti… La caratura dei nomi “abbandonati” nel deposito del Comune non poteva lasciare indifferenti gli osservatori locali. Il Corriere dell’Umbria ha infatti ripreso il servizio il 19 agosto; e il giorno seguente il tema si è spostato sulla frequentatissima testata web Spoletonline, che in seguito a una lettera di Daniela De Gregorio, scrittrice di successo residente a Spoleto, ha generato dal 20 agosto un dibattito acceso.

“Nel suo articolo sul magazzino di S. Chiodo, Panorama intervista Luigi Fortunati che, come un angelo mandato a Spoleto da una divinità benefica, da anni cataloga e conserva lì un patrimonio che qualunque galleria d'arte moderna, anche di città ben più grandi di Spoleto, sarebbe ben felice di esporre” scriveva polemicamente De Gregorio. “Invece lì dentro sono state "sepolte", e molte di recente, non solo opere di un gran numero di artisti che fanno parte di musei internazionali, ma anche quadri che il grande Gianni Carandente (con cui Luigi Fortunati aveva lavorato a lungo) aveva collocato in modo strutturato e coerente nella Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Collicola da lui creata e a cui aveva donato la sua collezione valutata svariati miliardi di lire”.

Non mancano stoccate all’attuale direttore di Palazzo Collicola Gianluca Marziani: “È lui ad aver "sepolto" nel magazzino del santo Chiodo molte opere di valore esposte fino a pochi anni fa nel Museo d'arte moderna” si legge in un altro commento.

L’interessato non replica nel dibattito ma invia una nota a Panorama. "Palazzo Collicola Arti Visive sta lavorando su una visione ampia che unisce le ragioni fondamentali del territorio con l'esperienza selettiva di un presente globale” fa sapere il direttore Marziani. “La Collezione racchiude oggi le molteplici anime di un museo aperto ai diversi linguaggi, siamo una delle pochissime collezioni che fa dialogare la memoria storica con l'attualità, così da rendere dinamica l'energia di ogni singola opera. La Collezione Carandente vede esposte le opere che meritavano una giusta collocazione; a ciò si aggiungano le ulteriori opere che allestiremo nelle sale della biblioteca Carandente, in fase d'allestimento al Piano Nobile; restano fuori davvero poche cose, quasi tutte non significative dentro un allestimento qualitativo come il nostro”.

Ma il dibattito procede. Il malcontento non si placa. Il tenore delle reazioni è unanime nel ritenere che in un modo o nell’altro quelle opere non debbano essere “dimenticate” bensì “valorizzate”. 

E martedì 23 agosto, dalle colonne del Messaggero, si affaccia infine la proposta del sindaco Fabrizio Cardarelli. “La Rocca Albornoziana come sede di mostre temporanee per riportare in luce, valorizzandole, le opere d’arte “dimenticate” nel magazzino comunale del Santo Chiodo”: questa la soluzione indicata dal primo cittadino. Un lieto fine, dunque? Pare che l’operazione sia anche finanziabile “con uno stanziamento europeo di circa 500 mila euro”. C’è qualche “problema burocratico” da superare, si legge ancora sul Messaggero. Ma la macchina si è messa in moto. L’obiettivo generale dovrebbe essere quello di “riconnettere le opere con il contesto culturale che le ha generate”.

Ai cittadini, adesso, non resta che attendere le opere della città.

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