Giacomo Balla, Forze di paesaggio + cocomero, 1917-1918, tempera su carta intelata
Arte & Idee

Questo Balla è da sballo

L’intero percorso artistico del grande futurista in una mostra alla Fondazione Magnani Rocca, vicino a Parma, dal 12 settembre

Una pillola di Giacomo Balla andrebbe pre­scritta a tutti gli italiani, come fosse un anti­depressivo, in questa penisola fiaccata dalla crisi, ingrigita dall’incertezza, con gli occhi bassi a tirare sera e nessuna idea di futuro.

Il più eretico, geniale, carismatico dei fu­turisti aveva postulato l’obbligo dell’allegria giusto 100 anni fa. Con Fortunato Depero, firmava nel 1915 quel manifesto di Ricostruzione futurista dell’u­niverso che invitava a ricreare il mondo, ad agire con l’immaginazione in ogni ambito del creato. Glielo aveva insegnato Filippo Tommaso Marinetti: «L’arte prima di noi fu ricordo, rievocazione angosciosa di un oggetto perduto (felicità, amore, paesaggio). Col Futurismo diventa invece azione, ottimismo, gioia, proiezione in avanti».

Il Paradiso è perduto, insomma, il latte è versato, ma l’arte può inventare un Eden migliore. Eccolo, allora: vecchio di un secolo, ma nuovo come fosse d’oggi, questo giardino delle meraviglie va in mostra alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Tra­versetolo (Parma), dal 12 settembre all’8 dicembre.

Giacomo Balla. Astrattista futurista, a cura di Elena Gigli e Stefano Roffi (catalogo Silvana edito­riale), è la rassegna che ricostruisce (con oltre 80 pezzi) l’intero percorso artistico di Balla. Oggetti, arredi, vestiti, dipinti restituiscono la vitalità di una stagione veramente aurea dell’arte italiana. Ci sono capolavori mai esposti prima, come la Fontana pro­veniente dalla Banca d’Italia; o ancora Linee forze di paesaggio + Sera del 1917-18.

Ci sono i capisaldi della sua produzione, sempre informati di poesia, come il trittico Maggio, in arrivo dal palazzo della Consulta; o anche il Dubbio, capolavoro assoluto che ritrae una magnetica Elisa, la moglie che insieme con le figlie (Elica e Luce) sarà presenza precipua nella vicenda umana dell’artista così come in quella creativa.

Le opere arrivano dalle collezioni private più importanti e dai più grandi musei italiani (gli Uffizi, la galleria di arte moderna di Roma, il museo del Novecento di Milano, la galleria d’arte moderna di Torino, il Mart di Rovereto), e sono tutte uscite da Casa Balla: quell’appartamento romano che esiste ancora in via Oslavia 39b e dove il grande «sperimen­talista» creò e abitò fino alla morte.

Prima della scomparsa delle due figlie (vestali e custodi dell’opera e della memoria paterna, morte all’inizio degli anni ‘90) Casa Balla, che era sempre aperta a studiosi e collezionisti, era un caleidoscopio sorprendente di quadri, oggetti e suppellettili dipinte. Entrarvi era come abitare la pittura. Ogni centime­tro quadrato era decorato, dipinto, reinventato. In quell’ambiente, la fantasia generatrice dell’artista aveva cancellato qualunque tratto della vita borghese, creando un mondo inedito. Ora però tutto è in abban­dono.

Con l’occasione di questa importante rassegna, non sarebbe male, dunque, se l’attenzione delle isti­tuzioni si posasse nuovamente su quella casa-studio (di cui molte fotografie saranno in mostra). Altrove l’avrebbero forse trasformata in un mu­seo, magari come è accaduto per lo studio di Francis Bacon a Londra (pur decontestualizzato e ricostruito) oppure per la casa di Rembrandt ad Amsterdam (che attira folle di visitatori). Qui da noi, invece, terra di paradossi, «tutto sta appassendo dentro impolverati scatoloni e buste di plastica» come nota Elena Gigli, nonostante Casa Balla sia giustamente vincolata dalla Soprintendenza già dal 2004.

Basterebbe poco per restituire un senso a quella casa. Aprendola al pubblico potremmo recuperare un pezzo importante del nostro patrimonio artistico. Ridando vita al sogno di una Ricostruzione futurista dell’universo.

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