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Majid Rahnema: 'La nuova povertà è la miseria intellettuale'

Per il filosofo iraniano la pauperizzazione in atto coincide con la restrizione della libertà. E l'appiattimento etico-morale

Credits: Marco Calcinaro

di Marco Dotti e Jacopo Guerriero

È il teorico della distinzione fra povertà e miseria. Di più, sostiene che il problema dei poveri è oggi la configurazione dei saperi, dei poteri, quella riorganizzazione in atto che sistematicamente li priva di strumenti di lotta affilati nel tempo. Artificio concettuale: la povertà come prodotto sociale non è niente di nuovo sotto il cielo, la corruzione del brodo di cultura dei poveri invece sì e ha a che fare con i linguaggi, i legami rotti (per esempio con la terra per i contadini forzati a produrre), con costruzioni accoglienti diventate non luoghi, il falso entusiasmo tecnologico dei più.

Majid Rahnema, 89 anni, filosofo iraniano naturalizzato francese, invitato dalla Jaca Book e dall’Archivio Julien Ries dell’Università Cattolica di Milano a tenere un seminario dal titolo esplicito ("Per un’antropologia della ricchezza"), oppone da sempre saperi umili e molteplici al sapere unico: quello dell’economia elevata a scienza, oggi più che mai.

Da dove comincia e quando esplode il processo di mutazione di povertà in miseria?
Nel Paleolitico, in un contesto e in un clima che saremmo portati a descrivere come di estrema indigenza, in realtà i nostri antenati non erano poveri, ma erano liberi. Oggi siamo soltanto giunti al termine di un processo molto lungo che vede due terzi della popolazione mondiale povera e non libera. Questo ci induce a una considerazione tanto semplice quanto disarmante: la povertà è tutt’uno con il processo di civilizzazione. La crisi attuale ha tolto il velo, rivelando che questo doppio movimento, di pauperizzazione da un lato e di restrizione della sfera di libertà dall’altro, opera non soltanto a livello materiale, ma anche a livello eticospirituale. Si tratta di un processo erosivo capace di spostare sempre più in avanti i limiti della propria azione, consumando non soltanto risorse, ma anche idee e parole. Ecco perché il concetto attuale di povertà è stato svuotato ed è oramai coincidente con quello di miseria. Proporrei, quindi, di concentrarci su un altro termine, la ricchezza.

Ovvero?
Distinguo fra potere e potenza. Il potere è, in definitiva, la distruzione di sé, mentre la potenza è la gioia e ha a che fare con la differenza. Quando contrapponevo miseria e povertà, osservavo principalmente la miseria materiale che allontanava da sé ogni valore legato alla povertà. Oggi è la miseria morale a cacciare tutto il resto, trascinando ogni cosa. Nelle principali lingue europee usiamo un’espressione: cadere in povertà. E non si parla mai di scegliere la povertà. È come se da questa idea si potesse escludere, in linea di principio, la scelta. Eppure, in tutte le culture, la ricchezza risiede proprio nella possibilità di scegliere.

Ricchezza significa dunque abitare il desiderio? È una volontà non estinta di cambiamento?
Prendiamo l’esempio di due nazioni come la Siria e l’Iran: nessuno può negare che in quelle società vi sia un forte difetto di libertà, ma è altrettanto vero che, rovesciando il punto di vista, dall’istituzione al singolo, lì si percepisce un grande desiderio di libertà. Ho l’impressione che si debba ricominciare a pensare alla ricchezza del sé. Ognuno è un individuo dotato di senso, di desiderio e di potenza, deve costruirsi attorno un nuovo campo di relazioni e di significati. C’è un elemento di gioia in questa riscoperta che ciascuno può fare di sé. La vera ricchezza risiede qui.

Il ruolo delle tecnologie viene spesso descritto come un fattore di differenza e non di omologazione. Vero o falso?
Abbiamo perso il centro del nostro tempo, rappresentato fino a pochi anni or sono dal lavoro. È morta l’idea biblica del nostro prossimo. Nei vecchi paesi, quando si aveva fame, si bussava alla porta del proprio vicino che, senza troppi problemi, dava da mangiare. Oggi percepiamo l’altro esclusivamente come minaccia, quindi non stabiliamo nuovi legami. Le tecnologie servono sostanzialmente a dare una falsa immagine di comunità, quasi un suo simulacro. Si può solo certificare che con la tecnologia siamo in un mondo in cui sostanzialmente non possiamo nulla.

Allora la soluzione non è "tecnica". Eppure, ci vengono continuamente prospettate soluzioni tecniche da parte di professori e intellettuali…
Io non prospetto soluzioni, ma una cosa mi pare ovvia: quando un’abitazione brucia, le strade sono due, o si scappa o si chiamano i pompieri. Vale anche per la crisi, che non sarà mai risolta dagli intellettuali o dai "tecnici". Questi paiono simili alle vecchie signore che scorrazzavano un tempo per i marciapiedi, ma delle donne di strada non hanno la dignità.

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