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Arte & Idee

Il design contro i disastri naturali

Design Without Borders per progettare e ricostruire dopo i disastri, e per prevenire i disagi delle comunità in difficoltà

Uno sminatore a basso costo (credits: Design without borders)

Le immagini apocalittiche di una New York devastata dal passaggio dell’uragano Sandy, lo scorso 29 ottobre, hanno fatto il giro del mondo in diretta ee il loro effetto, a distanza di due settimane, è ancora vivo nell’immaginario collettivo. Anche se l’argomento comincia, giorno dopo giorno, a scomparire dai titoli di giornali e dagli altri media, sopraffatto da nuovi avvenimenti.

Come ha rilevato la New York Review of Books, infatti, dopo un disastro naturale di tale portata, la finestra informativa sui danni provocati resta aperta per circa due settimane, tempo limite entro il quale bisogna agire in fretta per intervenire sui territori coinvolti, prima che l’attenzione dell’opinione pubblica si sposti altrove. E sembra che una risposta concreta all’emergenza post-uragano possa derivare dal mondo del design, attraverso soluzioni valide per una ricostruzione rapida ed efficace in grado di fronteggiare in tempi brevi i bisogni primari delle popolazioni colpite. Dalla realizzazione di alloggi di emergenza in cui ospitare gli abitanti evacuati, alla fornitura di acqua pulita e di fonti energetiche alternative.

Alcuni spunti interessanti arrivano dalla mostra Design Without Borders (aperta fino al 2 dicembre) organizzata ad Oslo dalla, Norsk Form ovvero la Fondazione norvegese per il Design e l’Architettura, in cui sono stati presentati diversi progetti che mirano a risolvere quattordici differenti problematiche umanitarie, dai soccorsi post-uragano alla rimozione delle mine anti-uomo.

Mettendo a frutto quella concezione del design lanciata nel 1932 dal fondatore del Museum of Modern Art’s di New York, Philip Johnson, che proponeva l’utilità come caratteristica compatibile con il concetto stesso di arte in oggetti esteticamente accattivanti e al contempo pratici. Una concezione che negli anni Ottanta ha subito una degenerazione investendo l’intero mercato dei beni di consumo e trasformando il design in una sorta di fabbrica di status symbol, ma che di recente la Norsk Form ha cercato di riproporre spingendo il moderno design oltre i soli meccanismi produttivi, soprattutto per fare fronte a questioni umanitarie che riguardano in particolare i Paesi in via di sviluppo.

A tale fine, dopo aver individuato l’emergenza da risolvere – dalla ricostruzione delle abitazioni per le vittime dell’uragano in Guatemala all’individuazione di mezzi più sicuri di rimozione delle mine anti-uomo in Mozambico o allo smaltimento dei liquami infetti nei quartieri poveri dell’Uganda – la fondazione norvegese invia i propri designer sul posto per raccogliere informazioni sulle abitudini del luogo, sulla situazione politica e su tutto ciò che potrebbe incidere sulla realizzazione del progetto. Quindi, messa in moto l’operazione, la Norsk Form porta in Norvegia progettisti e manager locali per un’ulteriore formazione che possa garantire nel lungo periodo il successo del programma di intervento.

Molti dei modelli esposti ad Oslo nella mostra Design Without Borders (attualmente in cerca di una sede americana in cui essere ospitata), proprio perché concepiti per favorire lo sviluppo dei Paesi più arretrati attraverso il design, secondo il bimestrale newyorkese possono rivelarsi utili anche in caso di emergenze provocate da calamità naturali devastanti come il recente uragano Sandy. Così, per esempio, la riproduzione a grandezza naturale di un alloggio di fortuna, concepito con muri isolati da bottiglie di plastica vuote tenute insieme da una rete metallica entro quadri di legno, potrebbe essere una possibile soluzione per ospitare gli sfollati.

Come, del resto, i centri di computer allestiti in Uganda con un’autoalimentazione che sfrutta l’energia solare avrebbero potuto ovviare ai blackout che hanno lasciato per giorni la città di New York senza energia elettrica e senza acqua.
In tal senso anche il design può dunque contribuire ad abbattere le frontiere, rendendo sempre più sottile la linea di confine tra Paesi sviluppati e Paesi ancora in via di sviluppo. Soprattutto quando l’intelligenza creativa dell’uomo viene chiamata a confrontarsi con la forza distruttiva della natura.

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