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Borghesia: da Beneduce a Marchionne, ascesa e caduta di un ceto

Le nuove categorie tendono a confondere lo schema classico del marxismo. Ma un calciatore milionario è un borghese? E il grande manager?

Ma un calciatore milionario è un borghese? E il grande manager? Le nuove categorie tendono a confondere lo schema classico del marxismo: il borghese che "detiene i mezzi di produzione" si confonde con nuove figure di benestanti che vivono come viveva lui. La borghesia italiana dopo i Beneduce, i Cuccia, i Visentini, è silenziosamente defunta? Giuseppe De Rita, presidente del Censis, si è posto il grande interrogativo nel suo L’eclissi della borghesia (Laterza, 91 pagine, 14 euro), scritto con il giornalista Antonio Galdo.

"Bisognerebbe chiedersi piuttosto" dice "se c’è mai stata una borghesia italiana. Io credo di no, semmai una cetomedizzazione di massa: il vecchio ceto medio ormai è il 90 per cento della nostra società". Negli anni 70 sarebbe nato un "grande lago" di nuova identità sociale. Ad alimentarlo l’interclassismo delle due culture politiche italiane: quella cattolica e quella comunista che, nel consociativismo, finivano per fare scomparire le classi sociali. Solo Bettino Craxi, secondo il sociologo, negli anni Ottanta ebbe l’idea che si potesse far nascere una élite nazionale e nazionalista. "Ma dopo di lui nessuno pensò più a rappresentarla, solo a rappresentare tutti. A che classe si rivolge Beppe Grillo? Nessun politico rischierebbe di rivolgersi a un frammento così piccolo della popolazione".

Dunque, il calciatore? "Il calciatore famoso e il grande manager, entrambi da considerare borghesi per il reddito, sono in fondo simili perché hanno gli stessi vizi". Il generone ha preso il controllo della società, restano solo tracce di borghesia. Tra i sopravvissuti, quasi un panda, Piero Bassetti, archetipo del gran borghese milanese. Lui dice che, "certo, un mondo sta finendo, ma è un processo lento". È stato promotore del movimento dei borghesi per Giuliano Pisapia alle elezioni di Milano. Ma Bassetti è convinto che non abbia senso chiedersi se i 400 che hanno formato il gruppo 51 erano borghesi o no. "A Milano si era già frantumata quell’identità e questo Letizia Moratti non lo aveva capito. Da borghese pensava che i suoi simili la seguissero e basta. Senza accorgersi che non c’erano più".

Tutto ciò significa la fine acclarata delle classi sociali? Sono finiti i Buddenbrook ma pure Cipputi? Luciano Gallino, studioso del lavoro, nel suo ultimo libro (La lotta di classe dopo la lotta di classe , Laterza, 213 pagine, 12 euro) parla proprio di questo: "La borghesia certamente esiste ancora, solo che il termine è diventato obsoleto, è invecchiato. Paolo Sylos Labini nel '74 scrisse un famoso saggio dove definiva la borghesia come chi percepisce un reddito da profitto. Oggi i grandi manager sono la nuova alta borghesia. E mentre il ceto medio è fermo, è rimasto indietro, loro sono andati avanti incrementando notevolmente i redditi. È la classe capitalistica globale, in Italia sono circa 1 milione di persone. È il ceto che decide cosa si produce e come si guadagna. Prima c’erano gli Agnelli, la grande famiglia borghese, oggi c’è Sergio Marchionne".

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