"Si, Giulio Verne,…ne riparleremo più avanti".

Così Mussolini aveva ironicamente risposto al capo della polizia repubblicana Tamburini quando questi aveva fantasticato sulla possibilità di fuga del duce e dei gerarchi a bordo di un sottomarino costruito a Trieste e diretto in Argentina o Polinesia. 

Il Mussolini dei primi mesi del 1945 è lo spettro di sé stesso. L'ultima fiammata l'aveva spesa al Teatro Lirico di Milano nel dicembre precedente. I tedeschi ormai parlano sempre meno di armi segrete e saccheggiano sempre di più derrate e macchinari industriali nell'ottica di un'estrema difesa del Reich. La violenza e l'anarchia dei reparti "speciali" di Polizia Repubblicana e delle Brigate Nere lo avevano spinto allo scontro con alcuni membri del governo di Salò, sopra tutti Buffarini Guidi. Poi c'erano i battitori liberi come Roberto Farinacci, più vicini ai tedeschi che a Mussolini, che agitavano le acque nella speranza di una successione alla guida del fascismo repubblicano. E gli alleati germanici, con lo strapotere di plenipotenziari vicini a Hitler come Karl WolffEugen Dollmann, Walter Rauff (uno dei padri delle Gaswagen, le camere a gas mobili).

Nel marasma degli ultimi giorni della RSI Mussolini altalena tra il purismo del ritorno alla rivoluzione sansepolcrista e spinte neo-socialiste, reminiscenze della sua cultura pre-fascista. Si avvicina e lo avvicinano intellettuali e personaggi grotteschi, che gli propongono soluzioni impraticabili nell'imminenza della fine. Edmondo Cione, un allievo di Benedetto Croce, gli presenta un nuovo assetto politico del fascismo repubblicano, che avrebbe dovuto includere elementi dell'opposizione liberale e cattolica in senso critico. 

Divorato dall'ulcera, il Mussolini degli ultimi giorni di Salò sembra voler perseguire a tutti i costi la strada della "socializzazione" delle industrie e dell'agricoltura. Da un lato per cercare di preservare il patrimonio industriale del Nord dalla devastazione operata dai tedeschi. Dall'altra pensa ad un passaggio di mano dal fascismo ad uno stato socialista e anti borghese.  Il piano non sarà mai di fatto attuato per la risoluta avversione dei tedeschi e per la generale ostilità degli operai in continua agitazione, nonostante le concessioni salariali promesse dalla RSI. 

Con l'avvicinarsi degli Alleati e con la ripresa dell'azione da parte del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) il governo di Salò comincia a formulare ipotesi di estrema resistenza o, eventualmente, di fuga in Svizzera per poi giungere nella Spagna franchista e da qui in Sudamerica. Nasce in questi giorni il piano cosiddetto R.A.R. (Ridotto Alpino Repubblicano). Si trattava di fortificare la zona montuosa della Valtellina e resistere almeno fino all'arrivo degli Alleati. Il più convinto sostenitore del ridotto era Alessandro Pavolini, segretario del PFR. Il vecchio generale Graziani, rassegnato e depresso, lo aveva deprecato sin dall'inizio. Infatti mancavano le forze necessarie per realizzarlo e difenderlo. Risultò chiaro sin da subito che il ridotto sarebbe stato devastato in poco tempo dall'aviazione alleata. 

Mussolini asseconda i suoi e cerca di contattare gli Alleati, i quali rispondono categoricamente: resa incondizionata. Il CLNAI fa altrettanto, così che Mussolini cerca contemporaneamente due strade alternative. Dal 16 aprile il duce decide di andarsene dalle sponde del Garda e lascia Gargnano per Milano, dove si stabilisce in Prefettura. Nella capitale lombarda Mussolini cerca contatto con l'ambasciatore svizzero Troendle. Questi temporeggia, ponendo difficili condizioni alla richiesta di asilo per il duce e i ministri di Salò. L'altra via è la mediazione della Chiesa. Per questo l'Arcivescovo di Milano Idelfonso Schuster si attiva per organizzare un incontro con il governo del CLNAI. Incontro che avviene presso la sede dell'Arcivescovado il 25 aprile, giorno dell'insurrezione. Ad attendere Mussolini c'è il generale Raffaele Cadorna, comandante militare del CVL e c'è Riccardo Lombardi per il CLNAI. Per il governo della RSI ci sono il generale Graziani e il sottosegretario Francesco Maria Barracu, il fondatore dei "Volontari di Sardegna-Battaglione Angioy" , grande invalido e seguace di Mussolini fino alla fine. I colloqui di fatto non cominceranno mai perché al duce è annunciata la voce di una pace separata con gli Alleati voluta da Karl Wolff.

Mentre in città echeggiano gli spari e i tumulti dell'insurrezione generale, Mussolini fa ritorno in Prefettura. In corso Monforte termina la sua permanenza a Milano. Verso le 19 raduna i suoi comunicando di fatto la volontà di lasciare la città alla volta di Como, per un "precampo" prima del tentativo di espatrio in Svizzera. A nulla valgono gli estremi tentativi di Carlo Borsani, il cieco di guerra, di far tornare il duce in Arcivescovado. Alle 19,30 circa l'autocolonna con Mussolini e il suo seguito lascia Milano per l'ultimo viaggio.

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