All'epoca dei fatti, c'erano già state le stragi di Piazza Fontana, dell'Italicus e di Piazza Della Loggia. Erano già morti gli agenti di PS Annarumma e Marino. Il primo ucciso durante una manifestazione del Movimento Studentesco a pochi metri dall'Università Statale nel 1969. Il secondo ucciso da una bomba a mano il 12 aprile 1973 (il cosiddetto "giovedì nero") per mano neofascista. Pochi giorni dopo c'era stato il rogo di Primavalle dove erano stati barbaramente uccisi i fratelli Mattei, figli di un attivista del MSI romano. 

Il clima era molto pesante nei primi mesi del 1975. Siamo nel pieno della parabola degli "opposti estremismi" ovvero dello scontro fisico tra militanti dei gruppi extraparlamentari di destra e sinistra. A Milano la leadership del Movimento Studentesco, protagonista nel 1968, era intaccata dai gruppi extraparlamentari riuniti sotto la sigla del'"antifascismo militante". Sopra tutti il gruppo di "Avanguardia Operaia", nato dalle ceneri del '68 e dell'autunno caldo dei CUB. Alla fine del 1974 il movimento ha già un servizio d'ordine strutturato e aggressivo. L'arma per eccellenza è la chiave inglese, la tristemente famosa "Hazet 36", che i militanti agitano nelle manifestazioni e che portano con sé nelle spedizioni punitive contro i "neri". 

Dall'altra parte della barricata l'MSI di Almirante è "sorpassato" a destra dalla militanza extraparlamentare. Ordine Nuovo, sciolto d'autorità nel 1973 dal ministro Taviani, era stato affiancato da movimenti come Avanguardia Nazionale facenti capo a Stefano delle Chiaie e Adriano Tilgher. Il gruppo, evolvano e apertamente neonazista, aveva partecipato a numerose azioni dinamitarde e ai moti di Reggio capeggiati da Ciccio Franco. Nel dicembre 1970 aveva partecipato al fallito golpe Borghese.

Proprio da uno degli episodi più brutali degli anni precedenti prende il via la scia di sangue che copre il periodo tra il marzo e l'aprile 1975. 


Roma, 28 febbraio 1975 - Mikis Mantakas
A Palazzo di Giustizia si tiene l'udienza del processo contro i responsabili del rogo di Primavalle. Alla sbarra c'è anche Achille Lollo. La zona antistante il tribunale è presidiata dai militanti della sinistra extraparlamentare. Gli scontri con le forze dell'ordine cominciano quasi subito. Alla sospensione dell'udienza alle 13 circa un gruppo si stacca dal presidio e si dirige verso la vicina sezione MSI del quartiere Prati, in via Ottaviano. Tra i militanti presenti in sezione c'è il diciannovenne Mikis Mantakas, iscritto al FUAN e studente greco fuori sede. All'assalto della sezione, Mantakas fugge e si rifugia dentro il portone di uno stabile. Quando esce dal retro, è raggiunto e ucciso dai colpi della calibro 38 di Alvaro Lojacono, poi fuggito all'estero nel 1980 e protagonista di svariati delitti inclusa la strage di via Fani con le BR. Il 3 marzo, All'orazione funebre di Mantakas parla Almirante. I militanti, infiammati dalla rabbia, percorrono Roma al grido di "rappresaglia, rappresaglia" assalendo negozi e sedi di partiti e gruppi di sinistra. 


Milano, 13 marzo 1975 - Sergio Ramelli
Via Amadeo, zona Ortica. Sono circa le 14 quando il 18enne Sergio Ramelli, ex studente dell'istituto Molinari, rincasa. Ha appena parcheggiato il suo motorino, quando è aggredito in strada da un gruppo di giovani (quasi tutti studenti della Facoltà di Medicina) armati di chiavi inglesi e spranghe. Il giovane liceale fiduciario del Fronte della Gioventù crolla sotto i colpi delle "hazet 36". Cerca di fuggire ma è ostacolato dal suo "Ciao". Quando riceve i colpi fatali alla base del cranio, è ancora vivo. Trasportato in ospedale, non uscirà mai dal coma, nonostante l'intervento chirurgico a cui è sottoposto al Policlinico.

L'aggressione brutale al giovane Ramelli scalda ulteriormente la piazza milanese, già rovente per gli attriti tra le opposte fazioni. Le cui zone operative sono attigue, quasi confinanti. In piazza San Babila, come in un fortino, resistono a colpi di revolver, coltelli e mazze i neofascisti che negli anni precedenti hanno costituito quasi un reparto autonomo dal MSI. Tanto che dopo la bomba che uccise l'agente Marino nel 1973, i dirigenti missini decidono di prendere le distanze dalla piazza nera. Ma all'inizio del 1975 lo scontro si consuma violento tra i gruppi e gruppuscoli extraparlamentari. Da questo humus nasce il delitto Ramelli, picchiato perché precedentemente schedato nell'ambiente dell'istituto Molinari come "fascista", a causa di un tema in classe in cui il giovane Sergio condannava le BR e dimostrava apertamente simpatie di destra. Ucciso da un commando di coetanei, nel nome del'"antifascismo militante" in un clima di odio crescente che nei giorni successivi all'aggressione inaugura una settimana di guerriglia urbana a Milano.


Milano, 16 aprile 1975 - Claudio Varalli
Mentre Sergio Ramelli lotta per la vita nel reparto di rianimazione del Policlinico, la città non ha pace. L'aria è intrisa di odio, di voglia di vendetta, di continue provocazioni tra le due fazioni in guerra. 

Il 7 marzo Milano è attraversata da un corteo di lavoratori che hanno indetto una manifestazione antifascista. Vogliono impedire un raduno di militanti di estrema destra in San Babila. Il corteo presidia la sede dell'Anpi, a poche centinaia di metri dalla piazza nera. La partecipazione è massiccia, tutti gli slogan sono contro Almirante e l'MSI. Compaiono anche martelli e chiavi inglesi. San Babila però, è vuota. Si registrano solo alcune moto di sanbabilini bruciate. Poco dopo, il 18 marzo, durante una assemblea sindacale alla Montedison si parla di messa fuori legge del MSI

Siamo al 16 aprile 1975. A Milano si svolge una manifestazione per il diritto alla casa. Vi partecipano tutti i gruppi della sinistra parlamentare, da Lotta Continua a Avanguardia Operaia. Intorno alle 14, dai manifestanti riuniti in piazza Cavour si stacca un gruppo. A poca distanza hanno individuato alcuni esponenti del FUAN mentre attaccano manifesti proprio sull'aggressione a Sergio Ramelli. Vengono a contatto. Uno degli studenti di destra ha un impedimento fisico, non riesce a fuggire. Si tratta del 22enne Antonio Braggion. Si rifugia nella sua Mini Cooper. I vetri dell'auto vanno in frantumi, è braccato. Ma invece di desistere, pensa a Ramelli e attacca. Dalla tasca della sua macchina estrae la pistola e fa fuoco. Claudio Varalli, colpito in pieno volto, stramazza al suolo in una pozza di sangue. Anche lui, come Ramelli, è trasportato in ospedale ancora vivo. 


Milano, 17 aprile 1975 - Giannino Zibecchi
La sera del 16 aprile, giorno della morte di Varalli, i militanti della sinistra extraparlamentare mettono a ferro e fuoco il centro di Milano. A poca distanza dal luogo dell'omicidio, in piazza Cavour, c'è la sede de "Il Giornale" di Indro Montanelli. A mezzanotte l'edizione del giorno seguente esce con un articolo che i manifestanti giudicano "provocatorio". Assaltano la Same, la tipografia che stampa il quotidiano, attigua alla redazione. Nascono tafferugli, finché i tipografi riescono a placare la furia facendo notare che quella è solo una tipografia, dove tra l'altro si stampa anche il quotidiano socialista "L'Avanti". Fuori, i militanti danno alle fiamme il bar di S.Babila "Donini-Ginrosa" e devastano e incendiano la sede del periodico di destra "Lo Specchio". 

Per la mattina del 17 aprile è indetta una manifestazione per Claudio Varalli. L'obiettivo dei dimostranti è la sede del MSI di via Mancini, traversa di Corso XXII marzo. La via è presidiata dalle forze dell'ordine in assetto antisommossa. Lo scontro è inevitabile. I carabinieri sparano i lacrimogeni ad altezza uomo nel tentativo di disperdere l'ingente massa umana che pressa la piccola via. I manifestanti fanno barricate con le auto in sosta. partono le molotov che colpiscono alcuni mezzi dei militari. Qui accade il dramma. I carabinieri chiedono rinforzi alla vicina caserma di via Lamarmora. Escono le jeep e i camion a tutta velocità, percorrendo corso XXII marzo tra gli oggetti lanciati dai manifestanti. Uno di questi, un camion ACL-52 guidato dal carabiniere diciottenne Sergio Chiarieri, esce improvvisamente dalla carreggiata e sale a tutto gas sul marciapiedi. Il mezzo urta un manifestante, l'insegnante Giannino Zibecchi. Il suo corpo è travolto dalle ruote del camion che si allontana rientrando nella corsia centrale del corso. La scena è agghiacciante. In mezzo alla strada il corpo di Zibecchi; a poca distanza il suo cervello giace accanto al marciapiedi. Nel pomeriggio durante una riunione alla Statale emerge la rottura con il movimento del 1968. Gli oratori difendono con convinzione l'azione della mattina, prendendo nettamente le distanze dai padri della contestazione studentesca. La parola d'ordine è vendetta. La messa fuori legge del MSI l'obiettivo. Il 20 aprile ai funerali di Varalli la tensione è altissima, ci sono migliaia di persone. I cori proseguono incessanti. Solo al passaggio del feretro il silenzio è rotto dal pianto della madre del giovane studente. Stessa cosa il giorno dopo, per i funerali di Zibecchi, aperti dai genitori di Roberto Franceschi, il giovane ucciso dalla polizia nel 1973.


I giorni successivi e le altre vittime
L'atmosfera resta plumbea quando Il 25 aprile 1975 ricorrono i 30 anni della Liberazione. A una settimana dalla morte di Varalli e Zibecchi, una folla immensa partecipa al corteo. Ci sono anche i militari di aderenti al gruppo dei "proletari in divisa". A Firenze, il 18 aprile 1975 è ucciso Rodolfo Boschi, militante del PCI al termine di una manifestazione. Forse da un agente, forse da un altro manifestante. A Torino muore lo stesso giorno di Zibecchi il militante di Lotta Continua Tonino Miccichè, colpito dal fuoco di una guardia giurata nel tentativo di occupazione di un box ai casermoni popolari del quartiere dormitorio Falchera.

A Roma è assalita una sede del MSI, ancora a Milano il 18 aprile era stata devastato lo studio del senatore missino Gastone Nencioni e gravemente ferito a colpi di chiave inglese un dirigente della Cisnal, Francesco Moratti, invalido di guerra e ex combattente della Rsi. Il giorno prima era toccato all'avvocato del Msi Cesare Biglia, aggredito assieme alla moglie.

Il 29 aprile 1975 al padiglione Beretta del Policlinico muore Sergio Ramelli, per una grave complicazione dovuta alle disperate condizioni neurologiche. Sono passate solo 8 settimane dal delitto che diede inizio ad uno dei periodi più critici della violenza estremista, quello di Mantakas. A terra restano 6 morti, tutti sotto i 30 anni. 

Il clima di guerriglia urbana creato dall'azione degli "opposti estremismi" portò il governo, allora presieduto da Aldo Moro, a reagire. Già il mese successivo era pronta la legge n.152 del 22 maggio 1975, nota poi come la "legge Reale" dal nome del deputato del PRI Oronzo Reale. La legge sull'ordine pubblico prevedeva misure drastiche, come la concessione dell'uso dell'arma di ordinanza da parte delle forze dell'ordine non solo in funzione difensiva, ma anche preventiva (formula che generò ampie polemiche sull'interpretazione della formula "preventiva")  Vietava altresì l'uso di accessori come caschi, fazzoletti e passamontagna durante le manifestazioni pubbliche e estendeva a 4 giorni il fermo di polizia

Il giro di vite sull'ordine pubblico, non ebbe effetti immediati sulla piazza. Gli scontri continuano nel colpo di coda dello scontro fisico tra gli extraparlamentari di destra e sinistra. In una spirale violenta di botta e risposta. Il 27 aprile 1976 a Milano cade il militante marxista-leninista Gaetano Amoroso per mano di esponenti del FdG. Due giorni dopo viene ucciso per rappresaglia in viale Lombardia il consigliere provinciale Msi Enrico Pedenovi. Poi, verso la fine dell'anno, la mano passa ai terroristi di destra e sinistra. L'obiettivo sono i giudici e i magistrati che indagano proprio sui fatti degli anni precedenti. Nello stesso 1976 muoiono Francesco Coco assassinato dalle BR e il giudice Vittorio Occorsio ucciso il 10 luglio 1976 per mano di Ordine Nuovo, contro il quale aveva istruito diversi processi. Ma questa è un'altra pagina del romanzo italiano degli anni di piombo.


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