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Cinema

Mostra del Cinema di Venezia 2012, cinque nomi da seguire

Da Robert Redford a Noomi Rapace, cinque buone ragioni per seguire il festival (e andare al cinema)

Noomi Rapace (AP Photo/Matt Sayles)

È il festival, bellezza, e tu non puoi farci niente. Proiezioni a parte, il vero spettacolo per chi va a Venezia è girare per il Lido e vedere tutto e il contrario di tutto: integralisti del grande schermo, affamati di pellicole di solito introvabili in sala, e torme di curiosi assiepati davanti agli hotel in attesa dei vip. Poco importa se esce Sean Penn o Flavia Vento: basta che sia uno che si vede alla televisione. Poi, però, per fortuna ci sono i film. Domani si parte, e tutti parlano soprattutto degli autori che giocano in casa: Marco Bellocchio, Daniele Ciprì, Francesca Comencini. Noi, allora, guardiamo altrove, e proviamo a scegliere (altre) cinque buone ragioni per seguire un festival che, ne siamo consapevoli, di motivi d'interesse ne ha centinaia. Ma da qualcosa bisognava pur cominciare...

1. ROBERT REDFORD La prima volta che ha girato un film scomodo per il potere americano, Garrone e Sorrentino facevano le elementari. A quanto pare non ha perso il vizio: a 76 anni appena compiuti, resta un maestoso testimonial dell'America con la schiena dritta e porta in Laguna (fuori concorso) The Company You Keep, un thriller ispirato a fatti realmente accaduti negli Anni 70, quando un gruppo rivoluzionario noto come Weather Underground cercò di rovesciare a suon di bombe il governo degli Stati Uniti. Oltre a dirigere, Redford interpreta il protagonista, un ex militante degli Weathermen (così vennero ribattezzati i membri dell'organizzazione) che - dopo trent'anni di vita normale - si ritrova braccato dalla stampa e dall'FBI. Il problema è che ormai, oltre a un'esistenza irreprensibile. ha anche una bambina di undici anni. E poi, siamo sicuri che sia davvero colpevole? Nel cast, un mix di astri nascenti o già nati (Shia LaBeouf, Anna Kendrick) e vecchi marpioni (Susan Sarandon, Stanley Tucci, Nick Nolte) . Ma per ripagare il costo del biglietto, Redford basta e avanza.

2. NOOMI RAPACE Sulla carta l'affare l'ha fatto lei, l'inquietante interprete di Lisbeth Salander nella trilogia Millennium. Si ritrova in concorso con Passion, diretto da Brian De Palma, uno che alla voce curriculum può snocciolare titoli come Carrie lo sguardo di Satana, Blow Out, Gli intoccabili e Carlito's Way. Capolavori assoluti, ma purtroppo lontani: poi sono venuti una serie di flop, che hanno suggerito a qualche impertinente la fatidica domada: non è che il maestro ha grattato il barile? Speriamo di no, anche se un po' di ansia c'è. E se fosse la sua nuova musa svedese a dargli nuova linfa? Nel film, remake di un ottimo giallo francese di due anni fa (Crime d'amour), la Rapace tesse un rapporto morboso e dalle conseguenze imprevedibili con l'altra protagonista, l'ottima Rachel McAdams: un duello bollente in cui la vittima potrebbe diventare carnefice. Si parla di scene bollenti, ma quello che davvero ci eccita è la prospettiva di ritrovare il tocco alla De Palma. E se il vecchio Brian dovesse avere il fiato corto, per favore Noomi, pensaci tu.

3.SPIKE LEE La simpatia è un'altra cosa, ma ques'uomo conosce il cinema come Federer l'erba di Wimbledon. La prospettiva di vederlo alle prese con la leggenda di Michael Jackson fa venire l'acquolina in bocca. Già, perché il suo nuovo documentario (fuori concorso), Bad 25, racconta i retroscena della lavorazione di Bad, il vendutissimo cd del re del pop, uscito proprio 25 anni fa (a proposito: il 18 settembre arriva nei negozi un'edizione speciale che celebra la ricorrenza). Per girare il videoclip della title track, Jackson ingaggiò Martin Scorsese. Oggi tocca a un altro grande film maker occuparsi di Jacko: tra scene mai viste, brani inediti e interviste a star come Kanye West e Sheryl Crow, che fece da supporter a Michael nel Bad Tour, Lee rende omaggio a un'icona di cui tutti, non solo i fratelli neri, sentono terribilemnte la mancanza.

4. ZAC EFRON Che l'ex studente modello di High School Musical abbia svoltato non è certo una novità: l'abbiamo già visto all'ultimo festival di Cannes, dove ha presentato il cupo Paperboy, accanto a Nicole Kidman. Se però quel film ha lasciato molte perplessità, la proposta veneziana, At Any Price,  ha sulla carta tutt'altro spessore. A fare la differenza è  il regista: Ramin Bahrani. Trentasettenne, nato in America da genitori iraniani, ha studiato alla Columbia University e poi ci è tornato come professore di regia. A trasformarlo in un'icona è stato il suo secondo film, Chop Shop, uscito nel 2007 e assurto in men che non si dica al rango di cult movie. Oggetto di retrospettive al Moma e ad Harvard, Bahrani arriva a Venezia dalla porta principale, in concorso, con una storia ambientata nell'America rurale. Qui si fronteggiano un facoltoso agricoltore (Dennis Quaid) e un figlio (Efron) che sogna di diventare pilota automobilistico, e non ha nessuna voglia di rilevare l'impero di famiglia. Sembra un conflitto generazionale come tanti, ma per la coppia i problemi sono solo all'inizio... Occhio che uccide e bicipite pompatissimo, Zac sa di essere atteso con il fucile spianato da chi non gli perdona gli esordi disneyani. Di sicura quella venenziana è per lui una grissa occasione, ed essersela procurata è già un merito.

5. PHILIP SEYMOUR HOFFMAN Non è bello, non è cool, non fa notizia se non per motivi strettamente professionali. È solo un attore di bravura e carisma mostruosi, che a 45 anni ha vinto un Oscar (Truman Capote - A sangue freddo), ha ricevuto altre due nomination (Il dubbio, La guerra di Charlie Wilson) e probabilmente ne avrebbe meritate almeno altrettante: la sua grandezza in Onora il padre e la madre di Sidney Lumet, giusto per fare un esempio, è imbarazzante. Al Lido Hoffman si presenta come protagonista del film favorito per la vittoria: The Master, di Paul Thomas Anderson. Sì, proprio il regista di Magnolia, uno dei lampi cinematografici più accecanti degli ultimi vent'anni. Era inevitabile, forse, che quel livello sublime non potesse essere la media del lavoro di questo regista, che resta comunque un must per chi considera il cinema un'arte. Stavolta poi, farà parlare di sé indipendentemente dalla qualità del film. il suo film racconta infatti l'ascesa, nell'America degli Anni 50, di un guru che - anche se il regista nega - è quasi impossibile non identificare in Ron Hubbard, il padre di Scientology. E si sa, quando c'è di mezzo questa religione o setta (a seconda dei punti di vista) la polemica è assicurata. Difficile invece che ci siano diatribe sulla prova di Philip, affiancato per l'occasione da un Joaquin Phoenix che, a quanto dicono, nell'occasione non gli è da meno.

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