Cinema

Venezia 2013, 5 film da ricordare

Dall'abbuffata di proiezioni del Lido emergono pochi titoli interessanti. Tra questi Locke di Steven Knight e...

(Foto: Biennale di Venezia)

Gli ultimi giorni della Mostra del cinema di Venezia sono sempre un po' malinconici. Le facce che corrono dietro a film o a star sono meno numerose, le proiezioni sono svuotate di spettatori, anche il sole sembra più tiepido sull'amato Lido.
La settantesima edizione ha presentato oggi l'ultimo dei lungometraggi in concorso, Es-stouh (Les Terrasses) dell'algerino Merzak Allouache, accolto da applausi.
Dopo la lieta abbuffata di film fattami in questa settimana lunga, non vorrei essere nei panni di Bernardo Bertolucci e componenti della giuria: è davvero arduo trovare un lavoro che svetti evidentemente sugli altri tanto da meritarsi il Leone d'oro; pochi anche i titoli del tutto convincenti.

Con qualche incursione pure tra i lungometraggi fuori concorso e della sezione Orizzonti, ecco 5 film (più uno) da ricordare.

1) Philomena di Stephen Frears (il film più applaudito)

Nella corsa al Leone d'oro parte da favorito. È stato il primo (e forse l'unico) ad avere una vera ovazione di applausi. Nel giornalino Daily distribuito alla Mostra, realizzato da Ciak e Venezia News, è quello ad aver raccolto più consensi (a suon di stelline) sia tra la stampa che tra il pubblico intervistato. In realtà Philomena ha ben poco di originale, sia nello stile narrativo che nella vicenda verissima raccontata (le nefandezze compiute da suore in Irlanda ai danni di ragazze "impure"), però è fatto bene. Ha una preziosissima Judi Dench. Fa ridere, fa piangere, ha una sceneggiatura meravigliosa e in più aggiunge comunque un aspetto nuovo alle solite storie di "religiosa violenza": il perdono.

2) Locke di Steven Knight (originalissimo e riuscito)

La domanda che si sono fatti in tanti è: come mai Locke non è in concorso? Coraggiosissima e inesplorata esperienza cinematografica, è forse il film migliore visto al Lido. 85 minuti di ripresa quasi in tempo reale vissuti tutti dentro un'auto mentro lo strepitoso Tom Hardy è al volante e in una notte sta mandando in frantumi la sua vita. Viaggio della disperazione e della redenzione dal passato, ci consegna un eroe dei tempi odierni, un uomo comune, operaio edile, che vuole assumersi le sue responsabilità anche se ciò significa perdere il lavoro o sfasciare il matrimonio. Al cellulare, macinando chilometri, Ivan Locke spiega, consola, rivela, distrugge, istruisce. Un solo attore, bravissimo, che riesce anche a farti diventare appassionato di calcestruzzo. 

3) Miss Violence di Alexandros Avranas (il più sordamente sconcertante)

Tutto si apre con un suicidio. Eppure solo lentamente, dietro scenografie minimaliste e pulite, fotografia algida e recitazioni distaccate, solo pian piano si apre il coperchio di un abietto e orrendo caso di violenza domestica. I tasselli vanno al loro posto poco alla volta, e il dramma si staglia in tutta la sua ripugnanza solo sul finale. "Purtroppo si ispira a una storia vera capitata in Germania; anzi, noi siamo stati anche meno crudi della realtà", ha detto il regista greco. Storia del presente, è stata girata in maniera interessante, tanto che potrebbe ambire al Leone d'oro.

4) Still life di Uberto Pasolini (la sorpresa più delicata)

Il regista è italiano, ma non è nessuno dei tre in concorso. Pasolini (Dall'Onda), il produttore del successo cinematografico Full Monty di Peter Cattaneo, presenta nella sezione Orizzonti un film delicato, semplice e profondo, amabile e commovente. Il versatile attore britannico Eddie Marsan è squisito protagonista, un uomo solo che restituisce dignità umana a chi è morto in assoluta solitudine. Tra i vivi e i defunti viene steso un ponte di rispetto e sensibilità, ma senza sentimentalismi e stucchevolezza.

5) Tom à la ferme di Xavier Dolan (l'enfant prodige)

Storia di omosessualità e solitudine violenta, Tom à la ferme lancia Dolan tra i più interessanti registi del panorama internazionale. Il Festival di Cannes (che l'ha selezionato nel 2009 per la Quinzaine des Réalisateurs e nel 2010 e nel 2012 in Un Certain Regard) ci aveva visto giusto. A Venezia il ventiquattrenne canadese, alla sua quarta regia, può ambire addirittura al Leone d'oro. Del film è anche interprete principale: il ragazzino del Québec si definisce soprattutto attore e ha infatti alle spalle diverse esperienze in film e serie tv. Il thriller portato al Lido si tuffa nelle nevrosi di due individui che cercano di colmare vuoti affettivi e si muove seguendo anse inaspettate.

- Jiaoyou (Stray Dogs) di Ming-liang Tsai (il più lento)

Lento, lento, lento. Alcune scene di pieno immobilismo durano minuti e minuti, inesorabili, senza che nulla accada, senza che nulla si muova, se non il batter di ciglia di un attore. I 138 minuti di film sono stati uno stillicidio: tanti dei giornalisti presenti alla proiezione si sono dati pian piano alla fuga, lasciando la sala vuota per metà. Le immagini che Tsai ci consegna sono però di una poesia assoluta, la storia che racconta è di miseria umana ma anche di umana delicatezza e speranza. Nonostante sia stata una vera fatica sopportare tutta la visione, Stray Dogs mi è rimasto dentro, con suggestioni forti ed emozionanti. Il cinquantacinquenne regista taiwanese, già Leone d'oro nel 1994 per Vive L'Amour, ha detto che forse questo sarà il suo ultimo film ("anche se crede nel destino"): sono felice di averlo visto.

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PS: Impossibile dimenticarlo: Moebius di Kim Ki-duk

Una postilla sorge necessaria in extremis per un film che, più che da ricordare, è impossibile dimenticare. L'ultimo lavoro del regista coreano, presentato fuori concorso, sfida lo stomaco: difficile resistere a evirazioni, parti mozzate masticate, stupro collettivo, masochismo. Che tortura!

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