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Cinema

È stato il figlio: a Venezia la tragedia greco-palermitana di Daniele Ciprì

"Non volevo fare questo film", ammette il regista alla sua prima prova in solitaria. "Avevo paura". Ma il debutto del primo italiano in concorso al Lido raccoglie applausi

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Debutta alla Mostra del cinema di Venezia È stato il figlio, il primo dei film italiani in concorso nonché prima regia in solitaria di Daniele Ciprì, questa volta non in coppia con il "socio" Franco Maresco.
Nella proiezione mattutina per la stampa raccoglie buoni applausi, forse ancor più sentiti rispetto all’attesissimo The Master di Paul Thomas Anderson, applaudito senza calore.

Il regista siciliano ci porta nella sua Palermo anni ’70, i tempi della sua infanzia. La fotografia, curata dello stesso Ciprì, è sbiadita e ingiallita come un vecchio ricordo.
Protagonista una famiglia del quartiere Zen: sono sei i suoi componenti ma è solo uno, il popolano Nicola Ciraulo, a portare a casa uno stipendio. Lo interpreta un Toni Servillo una volta di più superbo e quasi irriconoscibile in canotta bianca, pancetta esibita, occhiali e barba mai ben fatta.
La precaria quotidianità di piccole certezze è interrotta dall’uccisione della figlioletta Serenella, colpita accidentalmente dal proiettile di un resoconto mafioso. Ma il dramma si rivela anche un’opportunità grazie al lauto risarcimento previsto dallo Stato per le vittime della mafia. Peccato che questa possibilità spalanchi altre sventure: l’infinita procedura da seguire per richiedere la somma, l’euforia che porta a spese al di sopra delle proprie disponibilità nella lunga attesa della ricezione del denaro, e infine la scelta di spendere gran parte dei 220 milioni di lire ricevuti nell’acquisto di una super Mercedes che aprirà nuove disgrazie. Consumismo e ostentazione di un vacuo status symbol si intrecciano. E poi, via, violenta e umoristica ecco una spugna grondante di cinismo, su tutto, come sa fare il “cinico tv” Ciprì.
Lo stile narrativo conserva la sua tipica originalità nella geometria delle inquadrature, nel soffermarsi sulle espressività, nei dettagli di colore.  

"Sono molto contento di essere qui, perché È stato il figlio era un film che non volevo fare", afferma candidamente il regista. "Quando mi è stato proposto da Passione Film avevo paura di non riuscire a riportare il dramma di questa famiglia palermitana. Il lavoro uscitone è un po’ mortuario ma sorridente e allegro, con un finale da tragedia greca".
La storia è di vita vera, tratta dall’omonimo libro di Roberto Alajmo, che insieme al regista e a Massimo Gaudioso ha scritto la sceneggiatura.
Per assurdo, Ciprì non voleva neanche Servillo nel cast. "In verità non avevo un immaginario di volti, visto che la trama derivava da un romanzo. Quando mi hanno suggerito Toni ho pensato che fosse troppo per me e che fosse impossibile averlo nel cast. Dopo il primo incontro ho subito pensato fosse perfetto: il personaggio del libro è complicato, molto triste. Toni l’ha reso superbo: ha la comicità dentro".

Servillo, da parte sua e da napoletano, aveva il timore di inciampare nel dialetto siciliano. Paura e prova superate, brillantemente. “È stato il figlio è un film potente che diverte: lo dico perché l’ho amato molto”, sostiene l’attore.
Difficilmente la pellicola potrà ambire al Leone d’oro anche se è un affresco brillante - forse troppo italiano - che potrà aver successo in sala (dove arriverà il 14 settembre). E probabilmente neanche l’impeccabile Servillo vincerà la Coppa Volpi per cui invece oggi si candida con buone possibilità lo scontroso Joaquin Phoenix di The Master. Da segnalare però la convincente prova di recitazione di Giselda Volodi come moglie del capofamiglia: se a Venezia esistesse un premio per la migliore attrice non protagonista potrebbe aspirare alla cinquina.

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